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Quando si parla di Stevie Ray Vaughan, l’immaginario è immediato e quasi automatico. Una Stratocaster vissuta, corde spesse, amplificatori spinti oltre il limite e un blues elettrico caratterizzato da un’energia instancabile. È un’immagine potente, sedimentata da decenni di fotografie, racconti e mitologia chitarristica. Ma è anche un’immagine incompleta.
Prima che la Stratocaster diventasse il suo marchio visivo e sonoro, Vaughan è stato un musicista in costante trasformazione. Un chitarrista che cambiava strumenti con la stessa naturalezza con cui cambiava band, città o fase artistica. Le chitarre meno conosciute di Stevie Ray Vaughan raccontano proprio questo: non il mito ormai cristallizzato, ma il processo. Non l’icona, ma l’uomo alle prese con il suono.

Stevie Ray Vaughan prima dell’icona

Per comprendere davvero queste chitarre è necessario spostare lo sguardo indietro, prima del successo planetario di Texas Flood. Vaughan cresce in un ambiente musicale saturo di stimoli, dove il blues convive con il rock strumentale, il surf e l’eredità psichedelica di Jimi Hendrix. Il suo stile nasce dall’assorbimento, non dall’imitazione, e il suo approccio allo strumento è fin da subito fisico, quasi conflittuale.

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Su Passione Strumenti abbiamo già analizzato il peso culturale e tecnico della sua figura, anche in occasione del suo anniversario, ma osservare le chitarre meno note permette di cogliere una verità spesso trascurata: Stevie Ray Vaughan non cercava “la chitarra giusta”. Cercava una chitarra che non gli mettesse limiti.

Fender Esquire 1951 “Jimbo”: il laboratorio di SRV

Tra tutte le chitarre meno conosciute di Stevie Ray Vaughan, Jimbo è probabilmente la più significativa sul piano formativo. Nonostante venga spesso scambiata per una Telecaster, questa chitarra nasce come Fender Esquire del 1951 ed è, ufficialmente, di proprietà del fratello maggiore Jimmie Vaughan.

Il fatto che Jimbo non fosse realmente sua è già un elemento chiave. Stevie la utilizza come chitarra principale fino alla fine del 1970, in una fase in cui il rapporto con il fratello è complesso, competitivo e profondamente umano. Jimbo diventa il terreno di sperimentazione su cui Vaughan inizia a modellare il proprio linguaggio, intervenendo direttamente sullo strumento.

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Rimuove la finitura, scava il corpo per aggiungere un pickup al manico e modifica l’elettronica, eliminando la classica distinzione tra volume e tono per adottare due controlli di volume. È un gesto che racconta molto del suo modo di pensare: per Stevie la chitarra non è un oggetto da preservare, ma uno strumento da piegare alle proprie esigenze.

Jimbo non è solo un pezzo di storia del gear. È il primo vero laboratorio in cui prende forma l’idea di un suono aggressivo, dinamico, pronto a reagire a ogni minima variazione del tocco.

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  • La Jimbo di SRV
  • L'incisione sul retro della chitarra
  • SRV e la Jimbo Live

Epiphone Riviera 1963: quando il blues passa dal semi-hollow

Prima che la Stratocaster diventi il suo punto di riferimento definitivo, Stevie Ray Vaughan attraversa una fase in cui le chitarre semi-hollow rivestono un ruolo centrale. La Epiphone Riviera del 1963, con la sua finitura rossa e bianca, compare frequentemente nelle prime fotografie live del 1971, quando Stevie suona con i Pecos e in altre formazioni embrionali.

È uno strumento che, sulla carta, sembra lontanissimo dall’idea di blues elettrico iper-reattivo che associamo a Vaughan. Doppio humbucker, risposta più morbida, maggiore compressione naturale. Eppure, anche su una Riviera, Stevie riesce a imporre il suo attacco feroce, dimostrando che la sua identità musicale non era vincolata a una configurazione specifica.

La Riviera rimane nella sua collezione anche dopo che smette di usarla regolarmente. Riappare anni dopo in una versione live di Hideaway, con due battipenna sovrapposti, dettaglio quasi grottesco che racconta meglio di qualsiasi descrizione il suo rapporto pragmatico con gli strumenti. Nulla era intoccabile, nulla era definitivo.

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Rickenbacker 360 Capri: suonare contro lo strumento

Tra le chitarre meno intuitive nel percorso di Stevie Ray Vaughan c’è senza dubbio la Rickenbacker 360 Capri flat-top prototype degli anni Cinquanta. Un modello che, per costruzione e filosofia, sembra l’opposto di ciò che normalmente associamo al blues texano.

Eppure, tra il 1977 e il 1978, questa Rickenbacker diventa una delle sue chitarre principali, sia durante il periodo della Triple Threat Revue sia mentre affianca Hubert Sumlin come sideman. Le testimonianze raccontano di un action altissima e di corde così spesse da rendere lo strumento quasi ingovernabile per chiunque altro.

Quando Billy Gibbons prova a suonarla, la trova semplicemente impraticabile. Per Stevie, invece, quella resistenza fisica è parte integrante del suono. Non cerca comfort, cerca reazione.

La storia della Rickenbacker assume un valore ancora più profondo quando viene rubata a Sumlin. Vaughan si mette personalmente sulle tracce dello strumento, lo recupera e lo restituisce di persona al Antone’s, poco prima di un concerto. Un gesto che racconta un senso di lealtà e rispetto che va oltre il gear.

Il prototipo disegnato da Stevie Ray Vaughan

Tra tutte le chitarre meno note associate a Stevie Ray Vaughan, quella progettata direttamente da lui resta probabilmente la più enigmatica. Non si tratta di una signature ufficiale né di un semplice esperimento estetico, ma di un vero progetto personale, concepito da Vaughan all’inizio degli anni Ottanta come possibile alternativa ai modelli tradizionali che aveva sempre utilizzato.

Nel 1982 Stevie inizia a disegnare a mano la forma della chitarra, elaborando uno strumento che rispecchiasse in modo più diretto la sua identità musicale. In questa fase preliminare si confronta con diversi esperti per valutare i limiti tecnici del progetto e capire fino a che punto fosse possibile trasformare quelle idee in uno strumento realmente suonabile. L’interesse non era puramente teorico: già nel 1984 Vaughan manifesta apertamente la volontà di progettare e costruire una chitarra custom con l’idea, almeno potenziale, di arrivare a una produzione su scala più ampia.

Nel processo viene affiancato dal chitarrista svedese Gordon van Ekstrom, con il quale discute diverse soluzioni costruttive ed elettroniche. Tra le ipotesi più ambiziose c’è quella di realizzare pickup con i poli disposti a formare le iniziali “SRV”, un’idea tanto simbolica quanto complessa dal punto di vista tecnico. Per questo motivo viene coinvolta anche Seymour Duncan, che però giudica la soluzione impraticabile dal punto di vista funzionale, ponendo di fatto un limite concreto allo sviluppo del progetto.

  • Il prototipo di SRV
  • L'idea dei poli dei pickup

Nonostante ciò, il prototipo non resta soltanto sulla carta. Stevie viene fotografato nel 1984 con diverse versioni del corpo single cutaway, e negli anni successivi compaiono anche varianti double cutaway. La chitarra, ancora incompleta e mai realmente finalizzata, viene utilizzata pubblicamente una sola volta, nell’aprile del 1988, durante un’esibizione al Metro Center di Halifax, in Canada, per un singolo brano. Dopo quell’occasione, il progetto viene accantonato e non tornerà più sul palco.

Questa chitarra rappresenta forse meglio di qualsiasi altra il rapporto di Vaughan con lo strumento: non la ricerca di un oggetto iconico, ma il tentativo, mai del tutto concluso, di costruire qualcosa che fosse una vera estensione del suo linguaggio musicale, anche a costo di rimanere incompiuto.

Le Tokai e il rifiuto dell’immagine costruita

Il capitolo Tokai è uno dei più controversi nella storia delle chitarre di Stevie Ray Vaughan. La Springy Sound sunburst che appare sulla copertina di Texas Flood è diventata iconica, ma le prove del suo utilizzo effettivo sono sorprendentemente limitate. Poche fotografie, pochissime testimonianze dirette di un reale legame con lo strumento.

Negli anni Ottanta Tokai tenta un’operazione di endorsement, culminata in poster e cataloghi che ritraggono Stevie con chitarre del marchio. Ma Vaughan non si riconosce in quella narrazione. Quando un fan gli presenta uno di quei poster, Stevie scrive sopra il logo Tokai una frase che è diventata leggendaria: “I PLAY FENDER”.

Più che un rifiuto del brand giapponese, è un rifiuto dell’idea di essere trasformato in un’immagine costruita. Le chitarre Tokai che compaiono realmente nelle fotografie sembrano essere modelli AST di metà anni Ottanta, non le Springy Sound vintage-style. Un dettaglio che smonta ulteriormente il mito e riporta la storia su un piano più umano e meno patinato.

Il famoso poster della Tokai
Il famoso poster della Tokai – Bonhams Auction’s · Fonte: Bonhams Auctions

Oltre la Stratocaster, oltre il mito

Raccontare le chitarre meno conosciute di Stevie Ray Vaughan non significa ridimensionare il ruolo della sua strumentazione più famosa, ma comprenderla meglio. È proprio attraverso questi strumenti irregolari, prestati, modificati o mai completati che si chiarisce perché, a un certo punto, la Stratocaster sia diventata per Vaughan una scelta definitiva. Non per moda o per immagine, ma perché era lo strumento che meglio reggeva un tocco estremo, un fraseggio fisico e una dinamica fuori scala.

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Fender Stevie Ray Vaughan
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Le Stratocaster logorate, gli amplificatori Fender spinti oltre ogni soglia di sicurezza, le corde sovradimensionate e un setup volutamente ostile non nascono dal nulla: sono il punto di arrivo di anni di sperimentazione, errori e soluzioni trovate sul campo. Le chitarre meno note raccontano il percorso; la strumentazione iconica racconta la sintesi. Ed è in questo passaggio che il suono di Stevie Ray Vaughan smette di essere una somma di componenti e diventa un linguaggio riconoscibile, ancora oggi studiato, imitato e discusso.

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Francesco Di Mauro
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Le chitarre meno conosciute di Stevie Ray Vaughan
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