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La partecipazione di Bad Bunny al Super Bowl 2026 non è stata semplicemente un halftime show di successo: è stata un evento culturale destinato a lasciare un segno profondo nel modo in cui la musica viene raccontata nei grandi appuntamenti globali. Sul palco più visto al mondo, Bad Bunny ha portato lingua, radici e identità senza compromessi, trasformando lo spettacolo in una narrazione collettiva. A distanza di pochi giorni in Italia, la cerimonia di apertura di Milano Cortina ha offerto un’immagine diametralmente opposta, con la performance di Ghali percepita come marginale, priva di presentazione e quasi invisibile nella regia televisiva. Due artisti centrali nel panorama contemporaneo, due palchi di portata mondiale, due filosofie culturali profondamente diverse. 

Performance o Dichiarazione?

Quella di Bad Bunny al Super Bowl non è stata semplicemente una grande performance pop: è stata una dichiarazione di potere culturale. Non perché esplicitamente politica, ma perché radicalmente normale. Lingua spagnola, immaginario portoricano, riferimenti sociali e identitari sono stati messi al centro del palco più visto al mondo senza mediazioni, senza spiegazioni, senza il bisogno di rassicurare il pubblico globale.

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Il messaggio implicito è stato chiarissimo: questa identità non è un’eccezione, non è una parentesi “inclusiva”, ma parte strutturale del mainstream contemporaneo. Ed è proprio questa normalizzazione a rendere lo show di Bad Bunny un evento culturale, prima ancora che musicale.

Il punto non è cosa ha detto Bad Bunny, ma il fatto che gli sia stato permesso di dirlo.

Il mainstream che smette di tradurre

Lo show è stato costruito come un percorso narrativo, non come una sequenza di hit. L’apertura con Tití Me Preguntó ha funzionato da esca perfetta: ironia, ritmo, leggerezza. Una festa apparente che ha catturato l’attenzione prima di spostarla su un piano più profondo.

Con Yo Perreo Sola e Safaera, il corpo diventa linguaggio. In un contesto storicamente conservatore come quello del Super Bowl, quella fisicità assume un valore politico implicito: autodeterminazione, libertà, rottura degli stereotipi. La festa non è evasione, ma affermazione.

La scelta di mantenere lo show quasi interamente in spagnolo è uno degli elementi più significativi. Non si tratta di rivendicazione aggressiva, ma di sicurezza culturale: Bad Bunny non chiede di essere capito, si assume il diritto di esistere così com’è. È il mainstream che si adatta, non l’artista.

Porto Rico al centro del racconto

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Il cambio di tono arriva con Voy a Llevarte Pa’ PR. Qui la performance rallenta e il centro emotivo si sposta chiaramente su Porto Rico. Non come cartolina esotica, ma come luogo reale, attraversato da crisi economiche, blackout energetici, tensioni politiche.

La scenografia rafforza questo passaggio: case popolari, tavoli da domino, pali della luce, elementi agricoli. Oggetti quotidiani, lontani dall’estetica neutra e patinata dei grandi eventi sportivi. Il palco più grande del mondo diventa improvvisamente uno spazio abitato.

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El Apagón: la rottura necessaria

Il momento di maggiore frizione arriva con El Apagón. Qui lo show smette di rassicurare. I riferimenti ai blackout di Porto Rico non vengono spiegati, ma mostrati. Nessun discorso, nessun proclama: solo immagini e suono.

Bad Bunny sceglie di non interrompere lo spettacolo per spiegare il messaggio, affidandosi all’intelligenza del pubblico. In un evento pensato per evitare ogni attrito, questa è una rottura netta. Eppure funziona: la denuncia non indebolisce lo show, lo rende memorabile.

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Tradizione come risorsa, non come folklore

Con Café con Ron, la tradizione portoricana entra nello show come materiale vivo. Ritmi e strumenti storici convivono con il pop contemporaneo senza nostalgia. Il passato non è una reliquia, ma una risorsa creativa.

Il messaggio è chiaro: l’identità non è un limite da superare, ma una base da cui partire. Un concetto semplice, ma ancora radicale per molti grandi eventi istituzionali.

La differenza non è lo show, è la fiducia

Ed è qui che il confronto con l’Italia diventa inevitabile.

Nello stesso periodo, la cerimonia di apertura di Milano Cortina ha offerto un’immagine opposta del rapporto tra evento e artista. Sul palco c’era Ghali, una delle voci più rappresentative della musica italiana contemporanea. Eppure, la sua performance è stata trattata come un passaggio da attraversare in fretta.

Nessuna vera presentazione. Nessuna cornice narrativa. Poche inquadrature, nessuna costruzione di senso attorno alla sua presenza. Non una censura esplicita, ma qualcosa di più sottile: la sottrazione di visibilità e significato.

La paura del messaggio travestita da neutralità

Ghali non è stato messo a tacere. È stato reso neutro. Ed è una differenza fondamentale. Perché togliere contesto a un artista che lavora sull’identità significa depotenziare il suo linguaggio.

Questa scelta non è tecnica, è politica. Ghali rappresenta un’Italia reale, complessa, plurale. Un’Italia che fatica ancora a trovare spazio nel racconto istituzionale senza essere addomesticata. Di fronte a questa complessità, Milano Cortina ha scelto la strada più sicura: non amplificare, non raccontare, non rischiare.

Il Super Bowl, paradossalmente, ha dimostrato più fiducia nel pubblico. Ha accettato che la musica potesse dire qualcosa, anche a costo di creare attrito.

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Due palchi, due idee di cultura

Il confronto tra Bad Bunny e Ghali non è una gara artistica. È il confronto tra due modelli culturali. Da una parte, un evento che si affida all’artista e accetta il rischio del messaggio come parte integrante dello spettacolo. Dall’altra, un evento che sembra temere ciò che l’artista rappresenta, scegliendo di contenerlo attraverso la “non visibilità”.

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Susanna Staiano
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Bad Bunny trionfa, Ghali scompare: due eventi, due mondi
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