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Nel 1966 il mondo ascoltò una canzone che sembrava arrivare dal futuro. “Good Vibrations” non era soltanto un singolo di enorme successo: era un terremoto creativo destinato a cambiare per sempre il modo di produrre musica pop. Dietro quel suono luminoso e apparentemente spensierato, però, si nasconde una delle storie più intense e tormentate della musica moderna, con al centro Brian Wilson, genio fragile e visionario dei Beach Boys.
Questa è la storia di come “Good Vibrations” nacque, perché rappresentò una rivoluzione tecnica senza precedenti e di come il prezzo umano pagato dal suo creatore fu altissimo.

L’ossessione dopo Pet Sounds

Nel 1966 Brian Wilson aveva già dimostrato di essere molto più di un autore di canzoni surf. Con Pet Sounds aveva spinto il pop verso territori emotivi e orchestrali che nessuno, prima di lui, aveva osato esplorare. Sarebbe dovuto essere un punto d’arrivo. Invece fu l’inizio di qualcosa di più pericoloso.

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Brian non si sentiva appagato. Entrò in una spirale di perfezionismo estremo. “Good Vibrations” doveva essere la canzone definitiva, il passo successivo, il colpo di grazia. Non un semplice singolo radiofonico, ma un’esperienza sensoriale totale. Nella sua testa sentiva suoni che ancora non esistevano su disco, armonie irraggiungibili, vibrazioni emotive difficili da tradurre in musica. Per inseguirle, iniziò a sfidare apertamente i limiti tecnologici dell’epoca.

Una produzione fuori controllo

Tra febbraio e settembre del 1966, “Good Vibrations” venne registrata in una miriade di sessioni sparse in diversi studi di Los Angeles. Un metodo completamente anomalo per l’epoca. Brian non lavorava in modo lineare: la canzone non aveva un inizio e una fine, ma prendeva forma come un mosaico.

Un ritornello nasceva in uno studio, una strofa veniva incisa settimane dopo in un altro, un bridge orchestrale appariva mesi più tardi come un’ossessione improvvisa. Tutto veniva poi tagliato e incollato manualmente su nastro magnetico. Senza computer, senza digitale, senza rete di sicurezza. Brian Wilson stava di fatto inventando il montaggio modulare anni prima che diventasse la norma.

Il costo finale superò i 50.000 dollari, una cifra folle per un singolo pop negli anni Sessanta. La casa discografica era nel panico. Nessuno capiva davvero cosa stesse succedendo. Nessuno, tranne Brian.

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Quel suono che sembrava venire dallo spazio

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Uno degli elementi più iconici di “Good Vibrations” è quel suono etereo, inquietante, quasi alieno che attraversa la canzone. Spesso viene chiamato theremin, anche se in realtà si tratta di un Electro-Theremin, uno strumento rarissimo e difficilissimo da controllare.

Quel timbro non assomigliava a nulla di già sentito nel pop. Non era rassicurante, non era chiaramente felice, non era nemmeno del tutto oscuro. Fluttuava in una zona emotiva ambigua, sospesa tra euforia e inquietudine. Il pubblico rimase spiazzato. I produttori tradizionali non sapevano come catalogarla. Brian Wilson, intanto, stava riscrivendo le regole senza chiedere il permesso a nessuno.

Il trionfo e poi il crollo

Quando “Good Vibrations” uscì, fu un successo immediato e globale. Scalò le classifiche americane e internazionali, diventò un numero uno e consacrò i Beach Boys come pionieri assoluti del pop moderno. Sembrava la vittoria definitiva.

Ma mentre il mondo celebrava, Brian Wilson stava crollando.

Durante le sessioni soffriva di attacchi di panico, dormiva pochissimo, sentiva voci e rumori che non esistevano. L’uso di droghe aumentò, non come gesto edonistico, ma come tentativo disperato di tenere sotto controllo l’ansia. La pressione di superare se stesso, sommata a fragilità psicologiche già presenti, trasformò “Good Vibrations” in un punto di rottura. Un capolavoro, sì, ma anche una crepa irreversibile.

L’isolamento e il sogno infranto di Smile

Subito dopo il successo del singolo, Brian Wilson smise quasi del tutto di esibirsi dal vivo. Si ritirò. Scelse lo studio, o la propria casa, al posto dei tour, dei riflettori e dell’isteria collettiva. Quello che per il pubblico era l’apice del trionfo, per lui segnò l’inizio di un lungo periodo di isolamento, depressione e perdita di fiducia creativa.

Il progetto successivo, Smile, avrebbe dovuto superare “Good Vibrations”. Non ci riuscì mai. Le sessioni si trasformarono in un labirinto mentale dal quale Brian non riuscì a uscire per anni. Il disco divenne una leggenda incompiuta, simbolo di un genio che aveva spinto troppo oltre il proprio limite.

Una vibrazione che ancora ci attraversa

Good Vibrations” è ancora studiata, analizzata, smontata e rimontata. Ha anticipato il sampling e il montaggio digitale quando il digitale non esisteva. Ha trasformato lo studio di registrazione in uno strumento creativo, non più un semplice luogo tecnico. Ha dimostrato che il pop poteva essere complesso, ambizioso e sperimentale senza perdere il suo potere commerciale. E ha aperto la strada alla psichedelia, al pop barocco e a tutto ciò che sarebbe venuto dopo, dai Beatles in avanti.

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Susanna Staiano
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Good Vibrations: il genio e il crollo di Brian Wilson
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