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Il ritornello di Bitter Sweet Symphony è uno dei più iconici di sempre. Eppure, dietro il capolavoro dei The Verve si nasconde una delle dispute sui diritti d’autore più clamorose nella storia della musica moderna. Una vicenda che affonda le radici nei primi decenni del Novecento e che si è conclusa solo nel 2019, dopo anni di cause, accuse e milioni di dollari in gioco.

Il trionfo nel pieno della guerra Britpop

Nel 1997, mentre Oasis e Blur si sfidavano a colpi di hit, The Verve rubarono la scena. Oasis pubblicavano “D’You Know What I Mean?”, Blur conquistavano le radio con “Song 2”, ma nessuno poteva competere con la forza evocativa di Bitter Sweet Symphony.

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Il loop d’archi è inconfondibile, la hook radiofonica è immediata, il messaggio è potente. Nel video, Richard Ashcroft cammina impassibile per le strade di Londra, rifiutandosi di deviare dal proprio percorso nonostante ostacoli e conseguenze. È la metafora di una vita ripetitiva, intrappolata in un loop di aspettative e routine, dolce e amara allo stesso tempo.

Il successo fu enorme. Ma al posto di fama e serenità arrivarono anni di controversie legali.

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Dalle prediche gospel ai Rolling Stones

La storia inizia nel 1926 con il reverendo J.M. Gates, che pubblicò la predica “You May Be Alive, You May Be Dead, Christmas Day”. Questa omelia è considerata la base del ritornello che nel 1954 The Staple Singers trasformarono nel brano “This May Be the Last Time”.

La loro versione si basava su un tradizionale gospel tramandato oralmente, privo di copyright individuale.

Nel 1965 The Rolling Stones pubblicarono “The Last Time”, uno dei loro primi grandi successi. Il ritornello riprendeva chiaramente melodia e testo del brano dei Staple Singers. La band non lo negò mai. Grazie però a nuove parti melodiche, arrangiamenti e al celebre riff di chitarra, il brano venne accreditato a Jagger/Richards.

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Nel libro “According to the Rolling Stones”, Keith Richards spiegò che si trattava di una rielaborazione di un gospel tradizionale, fortunatamente radicato abbastanza nel passato da evitare problemi legali.

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Il campionamento dimenticato

Sempre nel 1965, il manager degli Stones Andrew Loog Oldham pubblicò con il suo progetto parallelo The Andrew Oldham Orchestra l’album “The Rolling Stones Songbook”. All’interno compariva una versione orchestrale di “The Last Time”, riarrangiata dal compositore David Whitaker.

Niente voce, solo archi. Ed è proprio qui che nasce il celebre sample.

Quella versione cadde presto nell’oblio. Fino a quando, trent’anni dopo, Richard Ashcroft la scoprì e costruì attorno a quel frammento un brano completamente nuovo. The Verve aggiunsero strumenti e voce, trasformando il materiale in qualcosa di radicalmente diverso.

Il chitarrista Nick McCabe sottolineò che il sample in sé aveva un ruolo minore nel risultato finale, poiché molte linee d’archi erano nuove orchestrazioni firmate Wil Malone.

L’accordo iniziale e l’intervento di Allen Klein

L’utilizzo del sample non fu mai negato. La band contattò i detentori dei diritti, Decca Records, e venne stabilito un accordo 50/50 sulle royalties future.

Ma la situazione cambiò improvvisamente quando intervenne Allen Klein, ex manager degli Stones e proprietario dei diritti editoriali del brano. Klein accusò The Verve di aver utilizzato più materiale del consentito, sostenendo che persino la melodia vocale fosse stata copiata rallentando l’originale.

La sua società, ABKCO Records, intentò causa per plagio. Non si trattava più solo del sample.

Secondo il bassista Simon Jones, alla band venne detto chiaramente: o il 100% delle royalties o il ritiro del disco dai negozi. L’accordo extragiudiziale assegnò quindi tutti i crediti autorali a Mick Jagger e Keith Richards.

La situazione divenne quasi surreale quando il brano venne candidato ai Grammy come miglior canzone con i nomi di Jagger e Richards indicati come autori.

2019: la svolta inattesa

Per oltre vent’anni sembrò una vicenda chiusa. Allen Klein morì nel 2009 e suo figlio Jody Klein prese il controllo della società editoriale. Dopo nuovi colloqui con Jagger e Richards, si arrivò a una soluzione.

Nel 2019 i diritti di Bitter Sweet Symphony vennero finalmente trasferiti a Richard Ashcroft. In un’intervista alla BBC, il cantante parlò di una svolta “fantastica” e “positiva per la vita”.

Le royalties incassate dal 1997 al 2019 rimasero però a Jagger, Richards e ABKCO. Secondo le stime, i membri degli Stones avrebbero guadagnato oltre 5 milioni di dollari dal brano.

Per gli altri membri dei The Verve la soluzione ebbe un sapore agrodolce: i diritti d’autore vennero attribuiti esclusivamente ad Ashcroft, in quanto compositore del brano. La band continua comunque a percepire entrate derivanti dalle vendite e dalle performance dell’album Urban Hymns.

Una storia che cambia prospettiva

Dopo anni di battaglie legali, la vicenda ha finalmente trovato una conclusione. Oggi Richard Ashcroft può ascoltare il brano suonato prima delle partite dell’Inghilterra e godersi il momento con serenità.

La storia di Bitter Sweet Symphony resta uno dei casi più emblematici di copyright nella musica pop. Una vicenda che attraversa quasi un secolo, dal gospel tradizionale agli stadi moderni, e che dimostra quanto complesso possa essere il confine tra ispirazione, reinterpretazione e appropriazione.

Francesco Di Mauro
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Bitter Sweet Symphony: il più grande furto?
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