Dopo quindici anni senza pubblicare musica originale, Tom Waits torna oggi, 16 aprile 2026, con “Boots on the Ground”, inciso insieme ai Massive Attack, che non pubblicavano materiale nuovo dal 2020. Non è un ritorno neutro, né prudente: è un attacco frontale.
Il brano è costruito come una denuncia esplicita delle guerre, sia quelle combattute all’estero sia quelle interne agli Stati Uniti. Waits non usa metafore eleganti: punta il dito. I soldati vengono descritti come strumenti, mandati contro persone percepite come “altre”, mentre la responsabilità politica viene attribuita direttamente a chi prende le decisioni.
Il bersaglio non è astratto. È nominato, ridicolizzato, smontato.
Il suono: tensione prima ancora del testo
Il brano si apre con un respiro affannoso, seguito da un rumore metallico insistente, quasi come un orologio fuori asse. Poi entrano poche note di pianoforte, cupe, isolate.
È una costruzione minimale, ma precisa: prima ancora delle parole, il pezzo crea un senso di urgenza e inquietudine.
Il linguaggio: diretto, sporco, deliberatamente scomodo
Uno degli elementi più forti è il linguaggio. Waits alterna immagini crude a invettive esplicite contro la classe politica:
“Now who the hell are these federal pricks? /
Hiding in the senate like a bloated ass tick…”
Non c’è filtro. Non c’è distanza ironica. È una scrittura che espone, più che rappresentare.
Questo la distingue da molta musica “impegnata” contemporanea, spesso più attenta a essere condivisibile che incisiva.
Massive Attack: contenere il caos
Sul piano sonoro, i Massive Attack fanno qualcosa di interessante:
Il brano si muove su un ritmo quasi blues, lento, cadenzato, che contrasta con la violenza del testo. Le atmosfere sono quelle tipiche del gruppo – cupe, sospese, minimali – ma qui funzionano come contenitori, non come protagoniste.
Non c’è climax, non c’è esplosione. C’è una tensione costante che non si risolve mai.
Questo crea un effetto preciso: costringe ad ascoltare le parole.
Il ritornello della protest song
“Boots on the ground, boots on the ground.”
È l’unico elemento che si avvicina a un ritornello, ma non ha nulla di liberatorio. È ripetitivo, quasi ossessivo. Più che un hook, è una constatazione.
La guerra, in questa prospettiva, non è un evento lontano ma una presenza continua, concreta.
Il contesto visivo: la politica esplicitata
Il video che accompagna il brano utilizza immagini del fotografo americano thefinaleye e documenta proteste recenti negli Stati Uniti: dalle manifestazioni contro le politiche migratorie alle proteste di Black Lives Matter dopo l’uccisione di George Floyd.
Non è un’aggiunta estetica. È parte del discorso.
Il riferimento è chiaro: militarizzazione interna, controllo, conflitto sociale. Non c’è ambiguità.
Beneficenza e attivismo
La scelta di pubblicare il brano anche in formato fisico, con i proventi destinati a organizzazioni come ACLU e Immigrant Defense Project, aggiunge un ulteriore livello.
Qui si apre una questione interessante: quanto conta il gesto concreto rispetto al messaggio artistico?
Da un lato, è una continuità con la tradizione militante dei Massive Attack. Dall’altro, rischia di essere percepito come parte di un linguaggio ormai codificato dell’attivismo culturale.
Più testimonianza che canzone
“Boots on the Ground” non è costruita per funzionare come singolo, ed è una scelta precisa. Non offre appigli: niente struttura riconoscibile, niente apertura verso l’ascoltatore. Ti chiede di stare dentro al brano, oppure di uscirne.
Questo però apre un problema: una protest song che non circola, che non viene ripresa, che non viene “usata” da chi protesta, quanto è davvero efficace?
Qui sta la contraddizione. Il brano rifiuta le logiche del presente: algoritmi, frammentazione, semplificazione, ma proprio quelle logiche sono oggi il principale veicolo di diffusione politica.
La sensazione è che Massive Attack e Tom Waits non stiano cercando di influenzare il dibattito, ma di prendere distanza da esso.
E allora forse “Boots on the Ground” non è una protest song nel senso classico, ma qualcosa di più vicino a una dichiarazione d’impotenza: la consapevolezza che la musica, da sola, non basta più a incidere.
Ulteriori Informazioni:
- Le protest songs di Bruce Springsteen hanno smascherato il sogno americano?
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