Prima dei festival europei, dei live all’estero e degli strumenti costruiti a mano, c’era semplicemente la strada. Piazza del Gesù, il rumore continuo del centro di Napoli, le persone che si fermavano per pochi minuti o restavano per un’intera performance. È lì che nasce Strade Aperte, il progetto di Marco e Riccardo: un duo che negli anni ha trasformato il busking in qualcosa che va oltre la musica, costruendo un linguaggio fatto di relazione, improvvisazione e continua ricerca sonora.
Oggi portano i loro live in festival italiani ed europei, ma il cuore del progetto resta profondamente legato alla strada. Tra strumenti autocostruiti, musica elettronica, performance urbane e sperimentazione, Strade Aperte è diventato negli anni un progetto difficile da incasellare e proprio per questo estremamente riconoscibile.
Li abbiamo intervistati per capire come è nato il progetto, cosa significa vivere davvero la strada e in che modo Napoli abbia influenzato non solo il loro suono, ma anche il loro modo di stare al mondo.
Se doveste raccontare come è nato davvero Strade Aperte, qual è il primo momento che vi viene in mente?
Marco: “Suonavamo in strada già da quando avevamo diciotto, diciannove anni. Io con la chitarra, Riccardo con le percussioni. A un certo punto abbiamo semplicemente iniziato a suonare insieme”.
Riccardo: “La prima volta è stata a Piazza del Gesù. Non avevamo nemmeno fatto una prova. Era tutto completamente improvvisato”.
PS:Quello che oggi appare come un progetto molto preciso, in realtà nasce nella maniera più spontanea possibile. Per mesi Marco e Riccardo suonano senza nessuno schema, lasciando che sia direttamente la strada a decidere cosa funziona e cosa no.
Marco: È stata quasi un’evoluzione darwiniana. Alcune cose restavano, altre sparivano.
A un certo punto la vostra amicizia è diventata anche un progetto musicale: quando avete capito che valeva la pena costruire qualcosa insieme?
Riccardo: All’inizio Strade Aperte era soprattutto divertimento, un modo libero di stare insieme e fare musica.Quando abbiamo iniziato a vedere la risposta del pubblico. Noi ci divertivamo, la gente si divertiva e quindi abbiamo continuato.
Marco: Poi arrivano i festival europei e cambia la prospettiva. Quando siamo usciti dalla bolla di Napoli e della Campania abbiamo capito che non era più soltanto un gioco. Abbiamo visto pubblici e artisti completamente diversi e lì abbiamo capito che questa cosa poteva arrivare molto lontano.
La strada è stata una scelta o una necessità iniziale?
Riccardo: All’inizio era una sfida e anche un gioco. Però era pure una necessità: avere uno spazio totalmente libero dove poter fare le cose.
PS: La strada, raccontano, significava soprattutto assenza di regole imposte dall’esterno.
Riccardo: Nessuno ti dice quanto devi suonare, quando devi fermarti o cosa devi fare. Dipende tutto da te.
PS: Ed è proprio quella libertà totale ad aver costruito il loro approccio alla performance.
Napoli è spesso più di uno sfondo: in che modo entra concretamente nel vostro suono?
Marco: Napoli ti influenza per forza. È una città aggressiva, ti modella. Suonare nel centro storico significa convivere continuamente con il caos: persone che parlano durante la performance, rumori improvvisi, gente che balla o interrompe il live. Quando andiamo in Svizzera e troviamo un pubblico in silenzio ci rendiamo conto di quanto siamo abituati al caos.
Riccardo: Napoli per me è stata una gavetta incredibile. Ti prepara a qualsiasi situazione.
I vostri strumenti sembrano usciti da un laboratorio sonoro più che da un negozio: quando avete capito che costruire era parte della vostra identità artistica?
Tra legno, PVC, alluminio ed elettronica, il loro setup sembra davvero più vicino a un’officina che a una strumentazione tradizionale.
Riccardo: Viviamo insieme e abbiamo un garage pieno di attrezzi. Più che dagli strumenti musicali, siamo partiti dagli strumenti da lavoro.
Dietro questa ricerca c’è anche il loro percorso nella musica elettronica, che li ha portati a sviluppare un’attenzione quasi artigianale verso il suono.
Marco: Abbiamo imparato a trattare il suono come un materiale. La costruzione degli strumenti nasce spesso in maniera molto spontanea.
Riccardo: Qualsiasi oggetto può diventare uno strumento. Ma ogni idea deve poi funzionare davvero nella realtà della strada.
Marco: Deve essere pratico, trasportabile, resistente e funzionare dal vivo.
Nel tempo hanno sperimentato con bottiglie di plastica, PVC, legno e alluminio, cercando sempre un equilibrio tra resa sonora, praticità e sostenibilità.
C’è uno strumento a cui siete particolarmente legati?
Riccardo: Ci sono strumenti che magari funzionano benissimo in casa e poi non superano il test della strada. Trasporto, volume, resistenza e praticità diventano quindi fondamentali.
Marco: Ultimamente stiamo lavorando molto con alluminio, legno e PVC. Ogni materiale ti porta automaticamente verso un tipo di suono diverso.
PS: Più che a un singolo strumento, sembrano essere affezionati al processo stesso di costruzione.E probabilmente anche questa continua trasformazione a rendere Strade Aperte un progetto così difficile da fissare in una forma definitiva.
Quando nasce un vostro brano, è più istinto o costruzione?
Riccardo: La parte più istintiva è sicuramente la ricerca sonora.
Marco: I nostri strumenti ci guidano automaticamente verso una direzione. Ogni materiale suggerisce già un certo tipo di musica.
PS: Anche nella composizione, il loro rapporto con il suono resta centrale. Ed è probabilmente questo il motivo per cui i loro brani sembrano nascere direttamente dagli oggetti che utilizzano.
Nel 2022 è arrivato il vostro primo disco: che fotografia rappresenta oggi di quel periodo?
Marco: Noi abbiamo fatto il contrario rispetto a molte band. Suonavamo tantissimo dal vivo ma non avevamo nulla di registrato.
Riccardo: La domanda dei fan era sempre la stessa: dove possiamo ascoltarvi?
PS: Più che un classico album in studio, il disco diventa così una testimonianza della loro dimensione live.
La strada vi mette davanti a un pubblico che non ha scelto di ascoltarvi: cosa cambia rispetto a un festival?
Marco: In strada la situazione si crea sul momento. Su un palco esiste invece una struttura che protegge maggiormente l’artista. Ci sono impianti, fonici, organizzazione. In strada sei molto più esposto. Anche il suono cambia radicalmente.
Riccardo: In strada, invece, lavoriamo tantissimo con l’acustica naturale del posto.
C’è stato un momento in cui avete capito che quello che stavate facendo stava davvero arrivando alle persone?
Riccardo: Uno dei ricordi più forti riguarda un festival in Germania. Pubblico completamente nuovo, culturalmente diverso. Eppure erano attentissimi e felicissimi di ascoltarci. Lì ho capito che questa cosa poteva funzionare ovunque.
Marco: A volte ci hanno detto cose enormi. Tipo: ‘È una delle cose più belle che abbia mai visto’. All’inizio quasi non riuscivamo a capire quello che stavamo facendo…
Guardandovi indietro, cosa avete perso e cosa avete guadagnato crescendo come progetto?
Riccardo: Più che di perdita o guadagno, parlano di trasformazione continua. Strade Aperte è un progetto in continua evoluzione.
Marco: Diciamo, a diciott’anni vivi tutto con più leggerezza. Oggi siamo molto più consapevoli. Quella consapevolezza riguarda soprattutto il rapporto con i luoghi e con il pubblico.
Riccardo: Ora prestiamo molta più attenzione al rispetto dello spazio che occupiamo e come ci rapportiamo agli altri.
Avete qualcosa in programma? Dove vi si potrà vedere prossimamente?
Riccardo: La prossima tappa sarà in Svizzera, al festival di St. Gallen. È un festival importantissimo e ci saranno artisti da tutto il mondo.
Marco: Durante l’estate li aspettano anche diversi festival italiani e nuove date in Germania. Ma tra una data e l’altra continueranno comunque a fare busking. La strada resta il nostro habitat naturale.
Prima di un live avete rituali o abitudini particolari?
Riccardo: Montare tutto è il momento in cui entriamo davvero nella performance.
Marco: Preparare strumenti e cavi diventa una specie di passaggio mentale. È come spegnere completamente il cervello.
Dopo tutto questo viaggio, cosa vi ha insegnato – e cosa vi insegna ancora oggi – la strada, non solo sulla musica ma anche sul modo di stare al mondo?
PS: La domanda li porta immediatamente fuori dall’aspetto tecnico o musicale del progetto. Perché, ascoltandoli parlare, è chiaro che per loro la strada non sia mai stata soltanto un luogo dove suonare, ma uno spazio umano da attraversare ogni giorno.
Riccardo: La cosa più importante che mi ha insegnato la strada è perseverare. La parte più difficile non è iniziare: è continuare a farlo. Capita a tutti, a un certo punto, di voler mollare.
PS: Dietro l’immagine romantica del busking esiste anche una dimensione molto più concreta fatta di fatica, instabilità e continui imprevisti. Ed è proprio lì, secondo lui, che nasce la resistenza.
PS: Marco invece sposta il discorso sul rapporto umano, che negli anni è diventato una parte centrale del loro modo di vivere la musica.
Marco: La cosa più importante è imparare a relazionarsi con le persone, con il pubblico. C’è un flusso costante da me verso l’esterno e dall’esterno verso di me.
PS: Per lui la strada ha significato soprattutto imparare a uscire da una dimensione completamente personale e confrontarsi continuamente con ciò che accade intorno.
Ed è forse proprio questo il cuore di Strade Aperte: una musica che nasce non soltanto dagli strumenti o dalla performance, ma dall’incontro continuo tra chi suona e chi, anche solo per pochi minuti, decide di fermarsi ad ascoltare.
Ulteriori Informazioni:
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