Presentato al Festival di Festival di Cannes, John Lennon: The Last Interview di Steven Soderbergh non è soltanto un documentario musicale. È un viaggio emotivo dentro le ultime ore pubbliche di uno degli artisti più influenti del Novecento. Attraverso l’audio autentico dell’ultima intervista concessa da John Lennon poche ore prima della sua morte, il film costruisce un ritratto umano, politico e sentimentale di una figura ancora oggi circondata da mito, mistero e contraddizioni.
L’8 dicembre 1980 Lennon venne assassinato davanti al Dakota Building da Mark David Chapman. Ma ciò che rende ancora più sconvolgente questa vicenda è il fatto che, poche ore prima della tragedia, il musicista stesse parlando serenamente del futuro. L’intervista rilasciata a Laurie Kaye per RKO Radio Network, insieme al giornalista Dave Sholin, è oggi considerata una sorta di testamento spirituale.
Il documentario di Soderbergh parte proprio da quel nastro. Nessuna ricostruzione artificiosa, nessun eccesso celebrativo: solo parole, silenzi, fotografie e frammenti di vita reale. Ed è forse questa la scelta più potente. Lo spettatore ha la sensazione di trovarsi nella stanza insieme a Lennon e Yoko Ono, ascoltando pensieri che oggi assumono un peso quasi profetico.
Le curiosità più sorprendenti dietro l’ultima intervista di Lennon
Uno degli aspetti più affascinanti del documentario riguarda le incredibili coincidenze e i dettagli poco conosciuti emersi da quella giornata.
La storica foto di Annie Leibovitz
Prima dell’intervista radiofonica, Lennon e Yoko Ono parteciparono a un servizio fotografico per Rolling Stone realizzato da Annie Leibovitz. Lo scatto diventò una delle immagini più celebri della storia della fotografia contemporanea: Lennon nudo, rannicchiato accanto a Yoko vestita di nero.
La curiosità più inquietante? Lennon amava profondamente quella fotografia. Secondo Leibovitz, appena vide il risultato disse: “Hai catturato perfettamente la nostra relazione”. Poche ore dopo sarebbe morto. La rivista pubblicò l’immagine in copertina senza titoli né scritte, trasformandola in un simbolo universale di amore e perdita.
Double Fantasy: l’album della rinascita
Al centro dell’intervista c’è Double Fantasy, il disco pubblicato dopo cinque anni di silenzio musicale. Lennon aveva infatti abbandonato temporaneamente la musica per dedicarsi alla famiglia e al figlio Sean.
Molti fan ignorano che il titolo dell’album nacque da un fiore visto durante un viaggio alle Bermuda. Lennon interpretò quella pianta come il simbolo del rapporto con Yoko: qualcosa di raro, fragile e al tempo stesso resistente.
Nel documentario emerge chiaramente quanto Lennon fosse entusiasta di quel ritorno artistico. Non parlava come una leggenda del rock ormai stanca, ma come un uomo che sentiva di avere ancora moltissimo da dire. Questo rende il film ancora più doloroso: si percepisce nitidamente che Lennon stava entrando in una nuova fase creativa.
Yoko Ono non è una comparsa
Uno dei meriti più grandi del lavoro di Soderbergh è la centralità riservata a Yoko Ono. Per decenni dipinta da parte dell’opinione pubblica come “la donna che ha distrutto i Beatles”, qui appare finalmente nella sua complessità artistica e umana.
Il documentario mostra quanto il loro rapporto fosse fondato su un dialogo continuo, quasi simbiotico. Lennon ascolta Yoko, la incoraggia, ne ammira l’intelligenza e l’avanguardia artistica. In diversi momenti è evidente che lui considerasse la moglie una guida creativa fondamentale.
Una curiosità interessante riguarda proprio il modo in cui Lennon parlava della coppia: definiva sé stesso e Yoko come “un’unica opera d’arte in movimento”. Un’idea che oggi appare modernissima, soprattutto considerando quanto la loro relazione fosse esposta mediaticamente.
Lennon e la politica: molto più di “Imagine”
Spesso il grande pubblico associa Lennon esclusivamente a brani pacifisti come Imagine. In realtà il documentario ricorda quanto fosse radicale il suo impegno politico.
Negli anni Settanta Lennon venne monitorato dall’FBI a causa delle sue posizioni contro la guerra del Vietnam e della sua vicinanza ai movimenti pacifisti americani. Il governo di Richard Nixon tentò persino di espellerlo dagli Stati Uniti.
Nel film emerge però un Lennon diverso dall’attivista arrabbiato degli anni precedenti. Più riflessivo, meno ideologico, ma ancora profondamente convinto che l’arte dovesse avere un impatto sociale. Le sue parole sembrano anticipare molte discussioni contemporanee sul ruolo pubblico degli artisti.
L’atmosfera inquietante dell’ultima giornata
Uno degli elementi più sconvolgenti del documentario è la ricostruzione temporale dell’8 dicembre 1980. Sapere che tutte quelle conversazioni avvengono poche ore prima dell’omicidio crea una tensione continua.
Ci sono dettagli che oggi appaiono quasi irreali. Durante l’intervista Lennon parla del futuro, di nuovi progetti musicali e persino dell’idea di tornare in tour. Racconta di sentirsi finalmente sereno dopo anni difficili. È come assistere a una rinascita improvvisamente interrotta.
Persino i tecnici presenti ricordarono successivamente quanto Lennon fosse disponibile e rilassato quel giorno. Nessuno percepiva il pericolo imminente.
Steven Soderbergh sceglie il silenzio
La regia di Soderbergh colpisce per la sua sobrietà. Non c’è retorica, non ci sono ricostruzioni sensazionalistiche. Il regista lascia che siano le parole di Lennon e Yoko a guidare tutto.
Il documentario riesce anche a restituire la fragilità della celebrità. Dietro il mito dei The Beatles emerge un uomo che cercava semplicemente equilibrio, amore e libertà creativa.
The Last Interview lascia un segno così profondo. Non racconta soltanto la fine di una leggenda, ma il momento esatto in cui un artista sembrava pronto a ricominciare da capo.
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