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Ogni generazione è convinta che la musica del proprio tempo fosse migliore. È una legge non scritta della cultura pop. Dai Beatles ai Nirvana, da Madonna agli Oasis, fino ai grandi protagonisti degli anni Ottanta, il copione si ripete: chi ha vissuto un’epoca d’oro tende a guardare con sospetto quella successiva. Eppure, quando a parlare è Mike Stock, uno degli autori e produttori più influenti della storia del pop britannico, vale la pena ascoltare.

In una recente intervista a MusicRadar, Stock ha espresso un giudizio severo sull’attuale industria musicale. Secondo lui, l’era dello streaming avrebbe impoverito il concetto stesso di star, rendendo quasi impossibile la nascita di nuovi artisti davvero iconici.

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Parole destinate inevitabilmente a far discutere.

Le nuove star sono davvero iconiche?

La domanda posta da Stock è tanto semplice quanto provocatoria: quanti artisti degli ultimi dieci o vent’anni possono essere considerati realmente iconici? Non semplicemente famosi oggi, ma destinati a essere ricordati e celebrati tra altri vent’anni.

Persino nomi giganteschi come Taylor Swift o Ed Sheeran vengono citati dal produttore con un punto interrogativo, quasi a suggerire che il tempo sarà il vero giudice del loro peso storico.

Il cuore del suo ragionamento è che il successo contemporaneo sia molto diverso da quello dell’epoca analogica. Negli anni Ottanta e Novanta il pubblico condivideva gli stessi riferimenti culturali: la classifica ufficiale, MTV, i grandi programmi televisivi, le radio nazionali. Esistevano momenti collettivi che trasformavano un singolo in un evento e un artista in un fenomeno culturale.

Oggi tutto questo, sostiene Stock, si è frammentato.

Il paradosso dello streaming

La riflessione è interessante perché evidenzia uno dei grandi paradossi dell’industria musicale moderna.

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Mai come oggi ascoltiamo così tanta musica. Le piattaforme mettono a disposizione decine di milioni di brani, gli algoritmi suggeriscono continuamente nuove scoperte e ogni settimana arrivano migliaia di nuove pubblicazioni.

Eppure, proprio questa abbondanza sembra aver ridotto l’impatto culturale dei singoli successi.

Stock lo sintetizza con una frase destinata a fare rumore: “Essere numero uno oggi significa essere invisibili.”

È una provocazione, certo, ma fotografa una trasformazione reale. Una volta la vetta delle classifiche rappresentava un evento nazionale. Oggi un album può debuttare al primo posto senza che gran parte del pubblico generalista se ne accorga. Le classifiche sono diventate un dato statistico più che un fenomeno mediatico.

La conseguenza è che il concetto stesso di “hit” si è modificato profondamente.

Quando tutti ascoltano qualcosa, nessuno ascolta la stessa cosa

Negli anni Ottanta il consumo musicale era fortemente sincronizzato.

I negozi di dischi esponevano gli stessi album, le radio trasmettevano gli stessi singoli, MTV proponeva gli stessi videoclip. Esisteva una cultura pop condivisa che rendeva immediatamente riconoscibili artisti e canzoni.

Oggi il panorama è completamente diverso.

Gli algoritmi personalizzano ogni esperienza d’ascolto. Due utenti della stessa età, che vivono nella stessa città e condividono gusti simili, possono utilizzare Spotify o Apple Music senza mai imbattersi negli stessi artisti.

La musica è diventata profondamente individuale.

Da un lato questo rappresenta una straordinaria democratizzazione: generi di nicchia possono trovare il proprio pubblico, artisti indipendenti possono costruire una carriera senza passare dalle major e ogni ascoltatore può esplorare cataloghi praticamente infiniti.

Dall’altro lato, però, diventa più difficile creare quei fenomeni culturali trasversali che caratterizzavano il passato.

L’accusa di superficialità

Stock non risparmia nemmeno Harry Styles, definendolo “molto Harry Stylish”, aggiungendo però che dietro l’immagine vedrebbe poca sostanza.

Una critica che probabilmente farà storcere il naso ai milioni di fan dell’ex One Direction, oggi considerato uno dei performer più completi della scena pop internazionale.

Ma anche questa osservazione rivela una distanza generazionale.

Per chi ha costruito la propria carriera nell’epoca della radio tradizionale, della televisione e dei supporti fisici, l’artista doveva conquistare il pubblico soprattutto attraverso le canzoni.

Nel panorama contemporaneo, invece, il successo passa anche dai social network, dall’immagine, dai contenuti digitali e dalla capacità di mantenere un dialogo costante con la propria community.

Essere una pop star nel 2026 significa fare molto più che pubblicare musica.

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Ulteriori informazioni

Ma davvero non esistono più le icone?

Qui probabilmente il discorso di Stock mostra i suoi limiti.

Taylor Swift è diventata un fenomeno economico, culturale e sociale che va ben oltre la musica. Il suo Eras Tour ha ridefinito il concetto stesso di tournée mondiale, generando un impatto economico enorme nelle città ospitanti.

Beyoncé continua a rappresentare un punto di riferimento artistico e culturale.

Bad Bunny ha rivoluzionato il mercato latino.

BTS hanno ridefinito il concetto di fandom globale.

Billie Eilish ha segnato un’intera generazione con un’estetica musicale completamente nuova.

Forse il problema non è che manchino le icone.

Forse sono semplicemente diverse da quelle che eravamo abituati a conoscere.

La nostalgia è una lente potente

Ogni epoca tende a ricordare soltanto i vincitori.

Quando pensiamo agli anni Ottanta ci vengono in mente Michael Jackson, Madonna, Prince, George Michael o gli stessi Kylie Minogue e Rick Astley.

Dimentichiamo però le migliaia di artisti che pubblicavano dischi e sparivano nel giro di pochi mesi.

Lo stesso accade oggi.

Tra vent’anni probabilmente ricorderemo soltanto gli artisti che avranno davvero lasciato un segno, mentre molti nomi oggi presenti nelle playlist saranno completamente dimenticati.

È un processo naturale della memoria collettiva.

Anche gli anni Ottanta, che oggi sembrano un’età dell’oro del pop, erano pieni di produzioni usa e getta.

La differenza è che il tempo ha già fatto la sua selezione.

Il vero cambiamento è culturale

Il punto più convincente delle riflessioni di Mike Stock riguarda forse un altro aspetto.

Non è tanto la qualità della musica ad essere cambiata, quanto il modo in cui la consumiamo. Lo streaming ha eliminato molte barriere economiche e tecnologiche, ma ha anche trasformato la musica in un flusso continuo.

Un tempo acquistare un album significava dedicargli attenzione, ascoltarlo dall’inizio alla fine, leggere il libretto, osservare la copertina, aspettare mesi prima dell’uscita successiva dell’artista.

Oggi spesso i brani scorrono uno dopo l’altro in playlist infinite, intervallati da suggerimenti algoritmici. L’esperienza è più veloce, più immediata, ma anche più dispersiva.

In questo senso la critica di Stock coglie un punto reale: costruire un mito richiede tempo, attesa e ritualità. Elementi che lo streaming tende inevitabilmente a comprimere.

Il futuro delle pop star

La domanda finale resta aperta.

Le grandi icone sono davvero finite oppure stiamo semplicemente assistendo alla nascita di un nuovo modello di celebrità?

Probabilmente entrambe le cose contengono una parte di verità.

Le superstar del futuro difficilmente avranno lo stesso percorso di Michael Jackson o Madonna, perché il contesto mediatico è radicalmente cambiato. Non esistono più pochi grandi canali capaci di concentrare l’attenzione di miliardi di persone nello stesso momento.

Esistono invece centinaia di comunità digitali, piattaforme diverse, mercati globali e pubblici frammentati.

Le icone continueranno a nascere, ma saranno costruite secondo regole nuove.

Mike Stock guarda a questo cambiamento con nostalgia, e in parte è comprensibile: lui appartiene a un’epoca in cui il successo aveva parametri condivisi e il numero uno in classifica era un simbolo riconosciuto da tutti.

Oggi quei parametri non esistono più. Non significa necessariamente che la musica sia peggiorata. Significa semplicemente che è cambiato il modo in cui la viviamo, la scopriamo e la trasformiamo in cultura pop.

Ulteriori Informazioni:

Susanna Staiano
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Mike Stock contro lo streaming: «Abbiamo smesso di creare icone»
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