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John Bonham è uno dei batteristi che ha maggiormente influenzato il suono del rock moderno. Con i Led Zeppelin ha trasformato la batteria in uno degli elementi centrali della composizione, combinando potenza, tecnica, groove e una straordinaria sensibilità musicale.
In questo articolo ripercorriamo la sua carriera, il suo stile, le sue influenze e la strumentazione, analizzando anche alcuni dei brani che hanno contribuito a rendere il suo suono un riferimento ancora oggi.

Le origini di John Bonham

John Henry Bonham nasce il 31 maggio 1948 a Redditch, nel Worcestershire, in Inghilterra. Il suo rapporto con la batteria comincia molto presto: già a cinque anni costruisce rudimentali batterie utilizzando scatole, contenitori e qualsiasi oggetto possa produrre un suono.

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A dieci anni riceve dalla madre il suo primo rullante, mentre a quattordici arriva il primo vero kit, una batteria Premier usata acquistata dal padre Jack Bonham. Da quel momento lo strumento diventa il centro della sua vita musicale.

Bonham è sostanzialmente autodidatta. Non segue un percorso accademico tradizionale e non sviluppa una particolare familiarità con la lettura della musica. La sua formazione avviene soprattutto ascoltando dischi, osservando altri musicisti e suonando incessantemente nei locali della sua zona.

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A sedici anni lascia la scuola e inizia a lavorare come apprendista carpentiere nell’azienda del padre. La sera, però, continua a suonare nei club delle West Midlands, entrando progressivamente in contatto con una scena musicale molto vivace.

È proprio durante questi anni che nasce la reputazione di quello che sarebbe diventato uno dei batteristi più importanti della storia del rock. Bonham suona forte, in modo quasi spropositato per gli standard dell’epoca. Alcuni locali arrivano persino a impedirgli di esibirsi perché il volume della batteria è considerato eccessivo per le apparecchiature e per l’acustica delle sale.

Prima ancora di diventare famoso, quindi, Bonham sviluppa una delle caratteristiche che lo renderanno immediatamente riconoscibile: un rapporto fisico e potentissimo con lo strumento, che però nasconde una tecnica molto più raffinata di quanto possa sembrare.

Gli inizi e la strada verso i Led Zeppelin

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Tra il 1964 e il 1968 Bonham suona in diverse formazioni locali, tra cui Terry Webb and the Spiders, The Waylifers, The A-Set e The Crawling King Snakes. Proprio in quest’ultima formazione incontra per la prima volta Robert Plant, con il quale avrebbe condiviso una delle collaborazioni più importanti della storia del rock.

I due si ritrovano successivamente nella Band of Joy, formazione guidata dallo stesso Plant e fortemente legata alla scena blues e psichedelica delle West Midlands.

Nel 1968 Bonham ottiene anche un’importante esperienza professionale accompagnando il cantautore americano Tim Rose durante un tour britannico. Per il giovane batterista rappresenta un passaggio importante: non è più soltanto un musicista della scena locale, ma sta iniziando a costruire una reputazione professionale.

Nello stesso periodo, però, arriva la proposta destinata a cambiare completamente la sua carriera.

Dopo lo scioglimento degli Yardbirds, Jimmy Page sta costruendo una nuova formazione, inizialmente conosciuta come The New Yardbirds. Robert Plant, già coinvolto nel progetto, suggerisce proprio Bonham come batterista.

Bonham non accetta immediatamente. In quel momento riceve anche proposte economicamente interessanti da musicisti già affermati come Joe Cocker e Chris Farlowe. A convincerlo interviene anche il manager Peter Grant, che arriva a mandare numerosi telegrammi al pub frequentato dal batterista.

Quando finalmente Bonham entra in sala prove con Page, Plant e John Paul Jones, la scelta appare immediatamente evidente. Durante una delle prime prove la band esegue Train Kept A-Rollin’ e il modo di suonare del batterista convince Page che la formazione ha trovato il proprio elemento mancante.

Nascono così i Led Zeppelin.

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John Bonham nei Led Zeppelin (1968–1980)

La carriera di Bonham coincide quasi interamente con quella dei Led Zeppelin, con cui contribuisce a ridefinire il linguaggio del rock. La sua batteria non si limita mai all’accompagnamento, ma diventa parte integrante della composizione.

Fin dai primi album emerge un approccio rivoluzionario: in Good Times Bad Times e Moby Dick le sue combinazioni tra cassa e mani trasformano il ritmo nel cuore pulsante del gruppo. Dal vivo, i suoi assoli diventano momenti centrali dello show, capaci di costruire tensione e dinamica per oltre venti minuti.

Con l’evoluzione della band in album come Houses of the Holy e Physical Graffiti, Bonham dimostra un’ampia concezione ritmica incorporando sfumature funk, soul e R&B in brani come The Ocean, Trampled Under Foot e Fool in the Rain.

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Negli ultimi anni affronta con crescente fatica il peso dei grandi tour internazionali e la lontananza dalla famiglia, fino alla registrazione di In Through the Out Door (1979). Il 25 settembre 1980, la sua improvvisa scomparsa all’età di 32 anni porta, pochi mesi dopo, allo scioglimento definitivo dei Led Zeppelin.

Il suono e la strumentazione: un’architettura acustica monumentale

L’impatto sonoro di John Bonham non nasce da una forza bruta sconsiderata, ma da una precisa filosofia acustica e da scelte strumentali rivoluzionarie.

Legato storicamente ai tamburi Ludwig e ai piatti Paiste, Bonham prediligeva set di dimensioni monumentali per l’epoca. Celebri i kit Amber Vistalite in plexiglas e Green Sparkle in acero, caratterizzati da una cassa da 26 pollici, tom da 14 e timpani da 16 e 18, oltre all’iconico rullante Ludwig Supraphonic LM402.
A differenza dei colleghi dell’epoca, che smorzavano i tamburi con stracci o gommapiuma, Bonham lasciava i fusti liberi di risuonare con un’accordatura di matrice jazzistica, priva di fori o sordine sulla cassa per ottenerne la massima risposta tonale e risonanza naturale.

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Questa attenzione per l’ambiente esecutivo trovò il suo culmine a Headley Grange durante le sessioni di Led Zeppelin IV: posizionando il kit nel vano scale della residenza, l’ingegnere Andy Johns catturò con pochi microfoni un riverbero naturale enorme. Nacque così il suono leggendario di When the Levee Breaks, divenuto una delle basi ritmiche più campionate nella storia dell’hip-hop e della musica moderna, a testimonianza di una ricerca timbrica senza tempo.

Tecnica, influenze e identità: il groove che ha ridefinito il rock

Dietro la potenza viscerale di Bonham si nasconde una tecnica sofisticatissima, plasma da radici lontane dal rock e radicate nel jazz, nel funk e nel soul. Dal jazz di Gene Krupa, Buddy Rich e Max Roach ereditò la teatralità, il controllo dei polsi, l’indipendenza degli arti e l’idea della batteria come strumento melodico; dal funk di Bernard Purdie, Al Jackson Jr. e Clyde Stubblefield assimilò invece la sensibilità per le sincopi, l’essenzialità e l’arte di suonare behind the beat, creando quell’inconfondibile “tiro” pesante e rilassato ben visibile nell’half-time shuffle di Fool in the Rain.

Tra le sue peculiarità tecniche più celebri spiccano l’uso disinvolto di un singolo pedale spinto a velocità impressionanti e la maestria nelle Bonham Triplets (terzine ultra-rapide distribuite tra mani e cassa). Questa straordinaria dinamica, capace di passare da sfumature sottilissime a volumi devastanti, trasformò il batterista in un vero solista. L’esempio simbolo resta Moby Dick, dove l’assolo dal vivo diventava una performance teatrale e istintiva in cui Bonham, rievocando gli anni della gavetta quando spezzava le uniche bacchette a disposizione, arrivava a percuotere pelli e piatti direttamente a mani nude.

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Il lascito di John Bonham

L’influenza di John Bonham sulla batteria moderna è difficile da quantificare.
La sua grande innovazione non consiste nell’aver inventato una singola tecnica, ma nell’aver dimostrato che un batterista rock poteva avere contemporaneamente potenza, groove, tecnica, dinamica e musicalità.

Dopo Bonham, il ruolo della batteria nel rock cambia definitivamente.
Batteristi come Dave Grohl, Chad Smith, Danny Carey e Brad Wilk hanno riconosciuto in lui una delle proprie principali influenze. La sua impronta è evidente in generi molto diversi, dall’hard rock al metal, dal grunge al funk rock.

Ma il suo lascito non si limita ai batteristi.
Il suono di Bonham ha influenzato anche fonici, produttori e tecnici di studio. Il suo suono naturale ed organico ha contribuito a diffondere una concezione della ripresa della batteria basata sulla dimensione acustica del suono, non soltanto sulla vicinanza dei microfoni ai singoli tamburi.

Ancora più significativa è la sua influenza sul campionamento. Il groove di When the Levee Breaks è diventato una delle registrazioni di batteria più riconoscibili e utilizzate nella storia dell’hip-hop e della produzione moderna.

Il fatto che un’incisione del 1971 continui a essere utilizzata decenni dopo dimostra quanto il suo suono fosse avanti rispetto al proprio tempo.

John Bonham: molto più di un batterista potente

La figura di John Bonham viene spesso riassunta attraverso parole come potenza, volume e impatto. Sono caratteristiche reali, ma raccontano soltanto una parte della sua importanza.

La vera forza di Bonham risiede nella capacità di trasformare influenze apparentemente lontane tra loro in un linguaggio completamente nuovo.
Il risultato è uno stile immediatamente riconoscibile, costruito su grandi suoni ma anche su una straordinaria sensibilità ritmica.

Per questo John Bonham è uno dei musicisti che hanno contribuito a definire cosa potesse essere la batteria nella musica moderna.

E ancora oggi, quando un batterista cerca una cassa enorme, un rullante profondo, un groove pesante e quella particolare sensazione di suonare contemporaneamente dietro e dentro il tempo, il riferimento a Bonham rimane inevitabile.

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Enrico Di Meglio
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