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Sono trascorsi 55 anni dalla pubblicazione di “All Things Must Pass”, il primo vero album solista di George Harrison e una delle opere più imponenti della storia del rock. Parlare di questo disco oggi significa tornare a un momento decisivo per la musica contemporanea, quando il “Beatle silenzioso” trovò finalmente lo spazio per dare voce a un talento rimasto troppo a lungo in ombra.

La nascita di un’opera monumentale: l’esplosione creativa di Harrison

Quando l’album vide la luce nel novembre 1970, Harrison arrivava da anni di frustrazioni artistiche all’interno dei Beatles. Aveva accumulato una quantità sorprendente di canzoni rimaste escluse dagli album della band, non certo per mancanza di qualità, ma per la predominanza compositiva del duo Lennon–McCartney. La fine dell’avventura beatlesiana fu per lui una liberazione e, allo stesso tempo, un punto di svolta.

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In quel periodo Harrison scriveva con un’intensità quasi febbrile. Molti brani avevano preso forma già nel 1968 e nel 1969, spesso durante le pause delle registrazioni dei Beatles. “All Things Must Pass”, “Isn’t It a Pity”, “Behind That Locked Door” e altri erano già parte del suo bagaglio creativo, in attesa del momento giusto. Con l’album triplo trovò finalmente il contenitore perfetto per riversare tutto ciò che aveva dentro.

La scelta di affidarsi alla produzione di Phil Spector contribuì a trasformare il progetto in qualcosa di epico. Il famoso Wall of Sound diede ai brani un carattere monumentale, denso e stratificato, creando un’atmosfera inconfondibile. Non tutti i musicisti dell’epoca apprezzavano quel tipo di produzione, ma è innegabile che abbia contribuito a rendere il disco un unicum nella storia della musica.

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Tra spiritualità, rock e ricerca interiore: l’anima dell’album

“All Things Must Pass” è un progetto profondamente segnato dal percorso spirituale di Harrison. L’interesse per l’induismo, la meditazione e la filosofia orientale aveva ormai preso radici nella sua vita quotidiana, e le canzoni del disco ne sono intrise. La sua scrittura esplora temi come l’impermanenza, la morte, la rinascita e la ricerca di un equilibrio interiore, sempre attraverso un linguaggio poetico e accessibile.

Brani come “My Sweet Lord” rappresentano questa fusione di spiritualità e pop nella sua forma più diretta. Altri, come “Beware of Darkness”, portano l’ascoltatore dentro un percorso più intimista, fatto di ombre, dubbi e consapevolezze mature. L’album è al tempo stesso un diario personale e una meditazione universale che continua a risuonare anche tra gli ascoltatori contemporanei.

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Una costellazione di musicisti: l’atmosfera irripetibile delle session

In studio si respirava un clima unico, a metà tra collaborazione libera e fratellanza artistica. Harrison circondò il progetto di amici e musicisti straordinari, creando un ambiente creativo che ricordava più una grande famiglia musicale che un semplice gruppo di lavoro.

Eric Clapton ebbe un ruolo fondamentale, portando in studio alcuni dei futuri membri dei Derek and the Dominos, e contribuì all’atmosfera di spontaneità e condivisione che caratterizzò molte delle jam session. Billy Preston, già collaboratore dei Beatles in momenti cruciali, aggiunse eleganza e profondità ai brani con il suo tocco inconfondibile. Ringo Starr, fedele amico, diede un contributo ritmico fondamentale, mentre altri musicisti come Gary Wright e Bobby Whitlock completarono l’alchimia sonora.

Quell’ambiente di libertà creativa è uno dei motivi che resero possibile anche Apple Jam, il terzo disco incluso nel progetto: una raccolta di improvvisazioni nate senza pressioni, pura musica suonata per il piacere di farlo.

Curiosità che rendono “All Things Must Pass” ancora più affascinante

Una delle curiosità più note riguarda la genesi di “My Sweet Lord”. Harrison scrisse il brano in pochissimo tempo, durante un periodo di profonda ispirazione, e in realtà non immaginava che sarebbe diventato il primo grande successo della sua vita da solista. Il pezzo fu anche al centro di un famoso caso di plagio involontario, in cui il tribunale stabilì che la somiglianza con “He’s So Fine” delle Chiffons non era intenzionale. Nonostante il contenzioso, la canzone rimane uno dei brani spirituali più amati di sempre.

Un’altra storia curiosa riguarda la copertina dell’album. Harrison volle posare seduto in un prato della sua villa di Friar Park, circondato da quattro gnomi da giardino. L’immagine fu interpretata da molti come una rappresentazione ironica dei Beatles, ormai parte del passato, ma George non confermò mai apertamente questa lettura. Disse solo che l’idea degli gnomi gli faceva sorridere e che l’intera scena rispecchiava lo spirito leggero con cui affrontava la sua nuova libertà.

Tra gli aneddoti più discussi c’è anche la questione del mix originale: Harrison stesso, anni dopo, ammise di non essere completamente soddisfatto dell’eccessiva presenza del Wall of Sound e che, potendo tornare indietro, avrebbe preferito un approccio più asciutto. Questa riflessione lo spinse a rielaborare alcune tracce nelle ristampe moderne.

Infine, pochi sanno che il brano “Wah-Wah” fu scritto dopo una discussione molto accesa con Paul McCartney durante le registrazioni dei Beatles. Harrison definì la canzone una sorta di sfogo creativo, uno dei primi momenti in cui riuscì a trasformare le tensioni interne del gruppo in qualcosa di artisticamente potente.

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Perché “All Things Must Pass” continua a essere un’opera imprescindibile

A cinquantacinque anni dalla sua uscita, l’album rimane un caposaldo della discografia mondiale. La sua attualità risiede nella capacità di affrontare temi universali con una sensibilità profonda e una visione musicale che ancora oggi appare moderna. È un disco che invita all’ascolto lento, alla riflessione, alla riscoperta di un rapporto intimo con la musica.

In un’epoca dominata da singoli mordi e fuggi e da produzioni iper-compresse, la monumentalità e la sincerità di “All Things Must Pass” rappresentano quasi un antidoto. 

Riascoltare oggi All Things Must Pass significa ritornare a un momento in cui la musica rock stava cambiando pelle e George Harrison trovò finalmente il posto che meritava nella storia. È un’opera che merita di essere scoperta e riscoperta con attenzione, magari proprio celebrando questo anniversario che ci ricorda quanto sia speciale.

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Susanna Staiano
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