Il rapporto tra John McLaughlin e Miles Davis è uno dei capitoli più intensi, radicali e trasformativi della storia del jazz moderno. Quando il giovane chitarrista inglese entrò nell’orbita di Miles, si trovò catapultato in un contesto creativo estremo, dove il virtuosismo non bastava e l’ego doveva essere annullato. La celebre frase di Miles – “Play it like you don’t know how to play guitar” – non fu solo un consiglio, ma una vera iniziazione artistica. In quell’istante, tra sudore e paura, nacque una nuova visione della chitarra elettrica e del jazz fusion.
John McLaughlin prima di Miles Davis
Prima di incontrare Miles Davis, John McLaughlin era già un musicista di enorme talento. Arrivato a New York alla fine degli anni Sessanta, aveva alle spalle una solida formazione jazz e una tecnica chitarristica fuori dal comune. Aveva suonato con Tony Williams e iniziato a farsi notare negli ambienti più avanzati della scena jazzistica, ma nulla poteva prepararlo a ciò che stava per affrontare.
Miles Davis, in quel periodo, stava rompendo definitivamente con il jazz tradizionale. Cercava nuovi linguaggi, nuove tensioni elettriche, nuove forme di improvvisazione collettiva. Non voleva semplici esecutori, ma personalità disposte a rischiare tutto.
Il primo incontro: un battesimo di fuoco
McLaughlin racconta spesso quel primo vero impatto con Miles come un’esperienza fisicamente e mentalmente devastante. Lo studio era rovente, la musica fluiva senza partiture, senza indicazioni precise, senza appigli. Miles non spiegava: osservava. Ascoltava. Giudicava.
Il chitarrista era teso, sudato, paralizzato dall’idea di sbagliare. Miles lo percepì immediatamente e, invece di rassicurarlo, lo spinse ancora più nel vuoto creativo con quella frase destinata a diventare leggendaria: “Suona come se non sapessi suonare la chitarra.”
Non era una provocazione. Era una richiesta di abbandono totale del controllo.
“Non pensare, reagisci”: la filosofia di Miles
Nel mondo di Miles Davis, la tecnica era quasi un ostacolo. Ciò che contava era l’urgenza espressiva, l’istinto, la capacità di reagire al momento. McLaughlin capì che non doveva dimostrare nulla, ma ascoltare e rispondere.
Questa filosofia ribaltava completamente l’approccio accademico: niente frasi preparate, niente scale sicure, niente comfort zone. Ogni nota doveva nascere dal contesto, dal groove, dall’interazione con gli altri musicisti.
Fu una lezione durissima, ma anche una rivelazione.
Le sessioni che cambiarono la storia del jazz
L’incontro tra McLaughlin e Miles trovò la sua massima espressione in album che avrebbero ridefinito la musica contemporanea. La chitarra di John è presente in In a Silent Way, dove il jazz inizia a dissolversi in paesaggi elettrici sospesi, e soprattutto in Bitches Brew, considerato l’atto di nascita ufficiale del jazz fusion.
In queste sessioni, McLaughlin non è mai protagonista nel senso classico. La sua chitarra è una forza nervosa, tagliente, spesso sporca, sempre funzionale all’insieme. È il risultato diretto di quella richiesta iniziale: dimenticare di saper suonare.
Dal trauma alla rinascita creativa
Superato lo shock iniziale, McLaughlin trasformò quell’esperienza in una nuova identità artistica. Miles gli aveva insegnato che la vera libertà nasce quando si smette di proteggersi. Questo principio divenne la base di tutto ciò che venne dopo.
Poco tempo dopo, John fondò la Mahavishnu Orchestra, progetto che portò all’estremo la fusione tra jazz, rock, musica indiana e improvvisazione. Ma anche nei contesti più virtuosistici, l’approccio restava lo stesso: intensità emotiva prima di tutto.
Il lascito di Miles Davis su John McLaughlin
Guardando indietro, McLaughlin ha sempre riconosciuto quanto quell’esperienza lo abbia segnato in modo indelebile. Non solo musicalmente, ma come artista e come individuo. Miles non insegnava con spiegazioni, ma con situazioni estreme che costringevano i musicisti a scoprire chi erano davvero.
Quel sudore, quella paura, quel senso di smarrimento iniziale non furono un ostacolo, ma il prezzo dell’evoluzione.
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