Il 27 febbraio 1993 non è solo una data simbolica per il Festival di Sanremo, ma un punto di origine preciso nella storia recente del pop italiano. È la sera in cui Laura Pausini sale per la prima volta sul palco dell’Ariston con La solitudine, una canzone semplice e diretta che in poche settimane esce dai confini del Festival e avvia una carriera destinata a durare.
Oggi, a oltre trent’anni di distanza, quell’anniversario assume un peso diverso. Pausini torna a Sanremo non come ex vincitrice da celebrare, ma da conduttrice, trasformando quel debutto in un punto di partenza che trova finalmente una posizione centrale nel racconto del Festival.
“La solitudine”: il modello Pausini
La solitudine non è semplicemente il brano d’esordio di Laura Pausini. È il modello su cui si fonderà tutta la sua discografia. Una ballata pop classica, priva di ironia, che mette al centro la vulnerabilità senza renderla fragile.
Nel contesto sanremese dei primi anni Novanta, dominato da grandi interpreti e arrangiamenti ridondanti, quella canzone colpisce per sottrazione. Nessuna costruzione narrativa complessa, nessuna posa: solo una voce che regge l’intero impianto emotivo. È da qui che nasce la cifra Pausini: canzoni che non fingono profondità, ma la cercano nell’immediatezza.
Il successo internazionale del brano, soprattutto nei paesi di lingua spagnola, non è un effetto collaterale. È la prova che quel linguaggio emotivo è esportabile, perché universale.
Anni Novanta
La seconda metà degli anni Novanta è il periodo in cui Pausini consolida il suo ruolo nel pop italiano. Strani amori, Gente e Incancellabile costruiscono un repertorio che parla d’amore e relazioni senza mai scivolare nel melodramma gratuito.
È una fase cruciale: mentre parte del pop italiano cerca l’ironia o il distacco, Pausini resta fedele a una scrittura emotiva frontale. Una scelta che la espone alle critiche di eccessiva “linearità”, ma che le consente di costruire un rapporto solido con il pubblico. Le sue canzoni non chiedono interpretazioni: chiedono identificazione.
In questo decennio, Laura Pausini diventa un punto fermo. Non una meteora sanremese, ma un’artista che dimostra continuità in un mercato che cambia rapidamente.
Gli anni Duemila
Con l’ingresso negli anni Duemila, il suo repertorio cambia passo. Tra te e il mare, firmata da Biagio Antonacci, è uno dei momenti più alti della sua discografia: una canzone che lavora sui non detti, sugli spazi emotivi, sul tempo che separa più di quanto unisca.
Segue E ritorno da te, che segna un ritorno consapevole alla ballata, ma con una struttura più controllata, meno istintiva rispetto agli esordi. Qui Pausini non è più solo interprete: è una figura centrale nelle scelte artistiche, nel suono, nell’immagine.
Parallelamente cresce la produzione in spagnolo. Non come operazione di marketing, ma come doppia identità artistica. Laura Pausini diventa una delle poche artiste italiane capaci di mantenere lo stesso peso emotivo in più lingue, senza apparire “tradotta”.
La misura di un’icona pop italiana
Con il passare degli anni, Laura Pausini smette di misurare la propria carriera sull’urgenza del singolo momento e inizia a lavorare sulla durata. Album pensati per più mercati, tour mondiali costanti, collaborazioni trasversali: il suo percorso si allontana progressivamente dal modello italiano tradizionale e assume una struttura più vicina a quella delle pop star internazionali, costruita sulla continuità più che sull’evento.
Il punto di convergenza di questo processo arriva con Io sì (Seen), brano che le vale un Golden Globe e una nomination agli Oscar. Non si tratta solo di un riconoscimento simbolico, ma della conferma che il suo linguaggio emotivo funziona anche fuori dal perimetro del pop, inserito in un contesto cinematografico e globale senza perdere forza o identità.
Ancora una volta, Pausini non cambia pelle: cambia scenario. Ed è proprio qui che si chiarisce il senso del suo percorso. La sua forza non è mai stata l’innovazione dirompente, ma la capacità di rendere il pop italiano leggibile oltre i confini nazionali senza snaturarlo. Ha portato con sé una lingua, un modo diretto di cantare l’emotività, una forma-canzone che non ha mai avuto bisogno di essere corretta per funzionare all’estero.
Tornare a Sanremo oggi, nel ruolo di conduttrice, non è solo un atto celebrativo ma una constatazione. A distanza di 33 anni, Laura Pausini ha conquistato una posizione definita, quella di punto di riferimento della musica italiana sulla scena internazionale.
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