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Se una macchina può scrivere una canzone al posto tuo, il problema non è la macchina.

Negli ultimi mesi l’intelligenza artificiale è diventata il nuovo capro espiatorio della musica contemporanea: “ci ruberà il lavoro”, “ucciderà la creatività”, “renderà inutili i musicisti”. Ma quasi nessuno si sta ponendo la domanda davvero scomoda.

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Che tipo di musica stavamo facendo, se bastano pochi prompt per replicarla?

L’AI non sta distruggendo la musica. Sta semplicemente mettendo in luce quanto spesso abbiamo ridotto il fare musica a una sequenza di scelte automatiche, preset rassicuranti e decisioni delegate. E quando una macchina riesce a imitare tutto questo senza fatica, forse non è lei ad aver imparato troppo in fretta: siamo noi ad aver smesso di rischiare.

L’AI non “crea” musica: produce risultati plausibili

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Uno dei grandi equivoci che alimentano il panico attorno alla musica generata dall’intelligenza artificiale è linguistico prima ancora che tecnologico. Dire che l’AI “compone” o “scrive” musica è, nella maggior parte dei casi, semplicemente sbagliato.

L’intelligenza artificiale non ha intenzione, non ha gusto, non ha un’urgenza espressiva. Funziona per previsione statistica: analizza enormi quantità di dati musicali e restituisce ciò che, matematicamente, dovrebbe funzionare in un certo contesto. Accordi plausibili, melodie coerenti, strutture riconoscibili.

Il problema è che questo è esattamente ciò che molta musica contemporanea è diventata: plausibile, corretta, prevedibile. Quando una macchina riesce a replicare senza sforzo un risultato musicale, spesso non sta dimostrando di essere creativa, ma di quanto il linguaggio musicale sia stato normalizzato.

Perché l’AI spaventa soprattutto chi ha delegato tutto

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C’è una categoria di musicisti e producer che vive l’arrivo dell’AI come una minaccia esistenziale. Ed è spesso la stessa che, negli ultimi anni, ha progressivamente delegato ogni scelta a strumenti automatici.

Preset al posto di suono.
Quantizzazione al posto di groove.
Loop al posto di scrittura.

In questo contesto, l’AI non arriva come un invasore, ma come l’evoluzione naturale di un processo già semplificato. Se il tuo lavoro creativo consiste nel selezionare opzioni preconfezionate, è inevitabile che una macchina diventi più veloce ed efficiente di te.

L’intelligenza artificiale mette in crisi soprattutto chi ha smesso di prendere decisioni reali.

AI e musica: quando diventa davvero uno strumento

Rifiutare l’AI in blocco è tanto miope quanto idolatrarla. Come ogni tecnologia, anche l’intelligenza artificiale può essere uno strumento potentissimo, se utilizzato con consapevolezza.

Nella produzione musicale, l’AI può:

Ma c’è una condizione fondamentale: serve una visione a monte. Un musicista che sa cosa vuole ottenere usa l’AI per arrivarci prima. Chi non lo sa, lascia che sia la macchina a decidere. Ed è qui che nasce l’equivoco: non è l’AI a sostituire il musicista, ma il musicista che si auto-esclude dal processo creativo.

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Il vero rischio non è tecnologico, ma culturale

Il pericolo reale della AI nella produzione musicale non è la perdita di posti di lavoro, ma la perdita di responsabilità artistica. Quando tutto è ottimizzato, suggerito, corretto, reso “giusto”, diventa sempre più difficile capire chi ha deciso cosa.

La musica smette di essere una scelta e diventa un flusso.
Un output.
Un prodotto statisticamente efficace.

In questo scenario, l’AI non è il problema, ma il sintomo di una cultura musicale che ha confuso l’efficienza con il valore. Dove l’errore non è più contemplato, il rischio non è più accettato e l’identità viene sacrificata in nome della riconoscibilità.

Un musicista che sa suonare non ha nulla da temere

C’è una verità che raramente viene detta in modo diretto: un musicista che studia, sperimenta e sviluppa una propria identità non è sostituibile da un algoritmo.

L’AI può imitare uno stile, ma non può costruirlo.
Può replicare un linguaggio, ma non può inventarlo.
Può accelerare un processo, ma non può dargli senso.

Chi suona davvero, chi scrive davvero, chi prende decisioni scomode e non ottimizzate, resta fuori dal raggio d’azione dell’automazione. Perché l’intelligenza artificiale eccelle nella media, non nell’eccezione.

Forse non è l’AI a fare paura, ma lo specchio che ci mette davanti

Alla fine, la domanda non è se l’intelligenza artificiale stia sostituendo i musicisti. La domanda è quanto spesso i musicisti si siano resi sostituibili da soli.

Se una macchina riesce a fare quello che facevi tu, forse non stava rubando un lavoro, ma smascherando un’abitudine. E in questo senso, l’AI non è il nemico della musica, ma un test di realtà.

Uno che costringe a scegliere: continuare a delegare o tornare a rischiare.

Francesco Di Mauro
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La musica generata dall'AI sostituisce i musicisti?
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