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La prima conferenza stampa USA dei Beatles, tenuta il 7 febbraio 1964 al JFK Airport, è uno di quei momenti in cui la storia della musica cambia direzione senza che nessuno se ne renda conto. Appena scesi dall’aereo, John, Paul, George e Ringo trasformarono un incontro formale con la stampa in uno show comico, scardinando ogni protocollo e conquistando immediatamente l’America. Oggi, in un’epoca in cui ogni parola degli artisti è filtrata da PR, media trainer e social manager, rivedere quella scena fa ancora più sorridere: erano giovani, liberi, spontanei… e totalmente incontrollabili.

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Un arrivo che sembrava già un concerto

All’atterraggio del loro volo Pan Am proveniente da Londra, i Beatles trovarono ad accoglierli migliaia di fan urlanti. Molti erano adolescenti che si erano letteralmente precipitati all’aeroporto dopo aver scoperto che il gruppo stava arrivando. In realtà, all’inizio, la stampa americana non capiva bene il fenomeno: per alcuni erano solo “i nuovi idoli delle ragazzine”, per altri una curiosità musicale europea.

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Ma bastò vederli entrare nella sala conferenze per capire che c’era qualcosa di totalmente diverso dai classici teen idol degli anni precedenti.

Una conferenza stampa trasformata in spettacolo

Fin dalle prime domande, i Beatles giocarono con i giornalisti come fossero sul palco. La conferenza era formalmente organizzata, ma loro non sembravano intenzionati a rispettare alcun copione.

Un reporter chiese:
“Che ne pensate di essere considerati un fenomeno passeggero?”  John rispose con un sorriso: “Beh, passeremo… quando passeranno anche le persone che scrivono queste cose.”

Oppure la celebre domanda sui capelli:
“Come chiamate il vostro taglio?”  Ringo, impassibile: “Arthur.”

Risate, flash, sorpresa generale. Era chiaro che non si stava assistendo a una conferenza stampa normale: era una performance in piena regola, con la stampa involontariamente nel ruolo di spalla comica.

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L’assenza di PR: libertà, caos e genialità

Guardando quelle immagini oggi, una cosa balza subito all’occhio: non c’era nessuno a controllarli. Nessun addetto stampa a suggerire cosa dire, nessun media coach a frenare le battute più bizzarre, nessun team social a valutare i rischi comunicativi. I Beatles erano semplicemente loro stessi. Negli anni ’60, a differenza di oggi:

  • non esistevano figure strutturate come i PR musicali moderni;
  • gli artisti non venivano preparati con training mediatici;
  • non c’erano regole precise sul come comportarsi durante un’intervista;
  • e soprattutto, nessuno temeva un backlash virale sui social… perché i social non esistevano.

Questa totale libertà generò momenti che oggi sarebbero impensabili. Se un artista contemporaneo rispondesse con sarcasmo pungente o con battute nonsense ai giornalisti, il giorno dopo si parlerebbe più del “comportamento controverso” che della musica. Nel 1964 invece l’effetto fu l’opposto: proprio quel modo di fare contribuì ad amplificare il loro fascino.

Era un’epoca in cui le interviste potevano essere spontanee, scomposte, persino caotiche, e questo permetteva agli artisti di costruire un’immagine autentica e immediatamente riconoscibile. Per i Beatles, quella spontaneità era un’arma potentissima.

Humor britannico, ritmo serrato e un quartetto pieno di energia

Uno degli elementi che colpì di più gli americani fu il carattere tipicamente inglese del loro umorismo. I Beatles rispondevano “di getto”, in modo secco, ironico, spesso surreale. Non  provavano mai a compiacere i giornalisti: li sfidavano, li prendevano in giro, giocavano con le loro domande fino a rovesciarle completamente.

È proprio in quel gioco verbale che si intravede ciò che li avrebbe resi unici anche musicalmente: un modo di pensare laterale, creativo, imprevedibile. La conferenza stampa del JFK ne è la testimonianza perfetta.

Due giorni prima dell’Ed Sullivan Show: la scintilla che accese la Beatlemania USA

Il tempismo era impeccabile. Quella conferenza stampa esplosiva avvenne appena 48 ore prima della loro prima apparizione all’Ed Sullivan Show, destinata a essere vista da oltre 70 milioni di telespettatori.

Molte persone si sintonizzarono proprio perché incuriosite dalla loro personalità irresistibile. La stampa aveva iniziato a raccontarli non solo come musicisti di talento, ma come personaggi brillanti e spiritosi, capaci di spiazzare chiunque. 

La Beatlemania, già fortissima nel Regno Unito, si propagò negli Stati Uniti come un incendio.

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Perché quella conferenza stampa fa ancora sorridere

Osservare le riprese oggi è quasi surreale. Ci si ritrova davanti quattro ventenni che giocano con la stampa come bambini in un parco giochi, senza filtri e senza paura di sembrare sciocchi. Anzi, il bello era proprio quello: l’assenza totale di barriere.

È un tuffo in un’epoca in cui la comunicazione musicale era più umana, spontanea e – soprattutto – imprevedibile. Ecco perché quella conferenza stampa non è solo un documento storico: è un manifesto di come si può conquistare un paese intero semplicemente essendo se stessi.

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Susanna Staiano
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