C’è chi cerca il palco. E poi c’è chi ci finisce sopra quasi per caso, con una chitarra tra le mani e senza più scendere. Fabrizio Mandara appartiene alla seconda categoria: quelli che non hanno scelto davvero, ma sono stati scelti.
Quando racconta l’inizio, non c’è retorica da artista predestinato. C’è piuttosto una traiettoria fatta di deviazioni, piccoli incidenti felici, scuole di musica a dodici anni, saggi, comparsate, fino a quel momento in cui qualcuno gli chiede di accompagnare dei monologhi a teatro. Da lì, il passo è breve: il palco smette di essere un’esperienza e diventa casa.
E oggi, quel percorso lo racconta proprio a noi di Passione Strumenti.
Ci racconti il tuo percorso? Come hai iniziato, e quanto il teatro ha inciso all’inizio?
FM: La mia storia è legata un po’ al caos. Non sapevo cosa volessi fare davvero. Sul palcoscenico ci sono finito quasi per caso, già da piccolo: tra un saggio, una comparsa, fino ad arrivare a fare accompagnamenti musicali per il teatro… e poi i miei spettacoli. Posso dire di esserci cresciuto sopra.
PS: Non c’è un momento preciso in cui “diventi” artista. Nel tuo caso, il palco è stato più una crescita naturale che una scelta consapevole. Una sedimentazione lenta, quasi inevitabile.
Abbiamo avuto il piacere di conoscerti durante uno spettacolo di una compagnia di danza napoletana: che rapporto hai con quel tipo di contaminazione tra musica, teatro e danza?
FM: Ricordo bene quello spettacolo, al Teatro Sannazzaro. Il collegamento tra musica e danza è viscerale. Io mi occupo di canzone napoletana, che nasce dalla musica popolare: tarantella, tammurriata… quindi dal movimento. È tutto collegato, in modo naturale.
PS: E in effetti è difficile non essere d’accordo. Basta pensare alla tradizione napoletana, e più in generale mediterranea, per rendersi conto che musica e corpo sono sempre andati insieme: prima ancora dell’ascolto c’era il ritmo, e prima ancora del ritmo c’era il movimento. La canzone napoletana, anche quando oggi viene portata in una forma più “da palco”, si porta dietro quell’origine. Non è qualcosa che si aggiunge dopo, è qualcosa che c’è già dentro. Ed è proprio per questo che, quando incontra la danza contemporanea, non suona mai come un’operazione forzata, ma come una continuazione naturale di quello stesso linguaggio.
Ti ricordi il primo momento, a teatro, in cui hai sentito davvero che quello era il tuo posto?
FM: Non c’è stato un momento preciso. Succede ogni volta. Quando uno spettacolo va bene, quando senti il calore del pubblico, ogni volta penso: sì, è questo il mio posto!
Che tipo di rapporto avevi con il palco all’inizio: era più un rifugio o una sfida?
FM:Il palco per me è sempre stato un luogo sicuro. Sto bene lì sopra. Posso comunicare qualcosa agli altri, è la mia natura. Non ho paura, non ho ansia.”
PS: Una risposta che ribalta molti cliché: il palco non come sfida da superare, ma come spazio naturale. Non tutti gli artisti partono dalla fragilità, dall’ansia o dal bisogno di vincere una paura. Nel suo caso, non c’è l’idea del “salire” sul palco come momento di rottura o di tensione, ma quasi il contrario: è il luogo in cui tutto torna al suo posto.
Sei molto giovane ma hai una formazione accademica solida, anche musicale: il contrabbasso e lo studio quanto hanno influenzato il tuo modo di stare in scena?
FM: La formazione accademica ha contribuito moltissimo. Il sapere musicale si trasmette sempre, anche se poi sul palco suono altro. Mi permette di comunicare con certezza quello che faccio. Il personaggio invece è un’altra cosa: lì sono semplicemente io.
La formazione ti ha dato più libertà o, a volte, la sensazione di doverti “contenere”?
FM: No, le due cose sono sempre state distanti. Anche come contrabbassista ho lavorato in contesti molto diversi, più classici. Poi sul palco faccio altro e mi dimentico di tutto. Non mi ha mai limitato.
C’è qualcosa che hai dovuto lasciare indietro, anche dentro di te, per trovare il tuo modo di esprimerti?
FM: Sì, i sacrifici. Nella vita li facciamo tutti. Io mi rendo conto ogni giorno delle cose a cui ho detto no: amici, tempo, energie…
PS. Qui viene fuori una cosa che spesso si evita di dire quando si parla di arte: essere artista è, prima di tutto, un lavoro. E come tutti i lavori – forse più di molti – ha un costo reale, concreto, quotidiano. Non è solo ispirazione, palco, applausi. È gestione del tempo, rinunce, priorità che si spostano continuamente verso una sola direzione.
Ti sei mai sentito un po’ “fuori posto”, come se quello che facevi non rientrasse davvero in una categoria precisa?
FM: Come artista no, non mi sono mai sentito fuori posto. Però molto spesso, come persona, sì: mi sono sentito fuori contesto nella società.
PS: È una distinzione sottile ma molto forte. Da un lato c’è l’artista, che trova il suo spazio, il suo linguaggio, il suo pubblico. Dall’altro c’è la persona, che invece fatica a riconoscersi nei ritmi e nelle dinamiche della vita “normale”.
Lavori molto sulla canzone classica napoletana: cosa ti ha spinto verso quella tradizione?
FM: È stata una folgorazione. Da giovane ho iniziato ad ascoltare questo repertorio e ho capito che volevo fare quello. Non è stata una scelta ragionata, è stata proprio una cosa istintiva, immediata. Mi ricordo che mi ha colpito dentro, come se mi appartenesse già. Una in particolare: Autunno, del 1909… una poesia pura. Quando l’ho ascoltata ho pensato: ecco, è questa la strada.
PS: Autunno (1909), con testo di Salvatore Di Giacomo e musica di Mario Costa, è uno di quei brani che spiegano bene cosa sia la canzone napoletana classica. Non è solo musica: è poesia messa in voce, è racconto, è interpretazione.
In questo repertorio la parola ha un peso centrale. Non basta cantare: bisogna restituire un testo, lavorare sulle sfumature, sui silenzi, sul significato. È un tipo di musica che richiede presenza, consapevolezza, quasi una dimensione teatrale.
Hai definito il tuo stile come un “ponte” tra passato e presente: cosa significa davvero, per te, stare in mezzo a questi due tempi?
FM: Non ho un ritmo. Dormo quando posso. Non esiste una vera giornata tipo, succedono sempre cose diverse. Se non sono sul palco, sono comunque immerso nella musica: lavoro, studio, cerco di arricchire il repertorio, ascolto, provo. Anche quando sembra che non stia facendo nulla, in realtà sto sempre pensando alla musica o a qualcosa legato a quello che faccio.
A cosa stai lavorando in questo periodo? C’è qualche progetto che bolle in pentola?
FM: Sto lavorando al prossimo spettacolo teatrale per la nuova stagione e, soprattutto, sta per uscire un disco di canzoni umoristiche napoletane. È quasi pronto. Sono molto contento, ci abbiamo lavorato tanto e finalmente sta prendendo forma.
PS: C’è entusiasmo, ma anche una tensione che si percepisce chiaramente. L’uscita di un disco, per un artista, non è mai un passaggio neutro: è un momento in cui tutto quello che hai costruito prende una forma definitiva e viene affidato al pubblico. Quel misto di attesa, dubbio e curiosità. La voglia di far ascoltare quello che hai fatto, ma anche l’incertezza su come verrà accolto. E allo stesso tempo, proprio questo rende l’uscita ancora più significativa.
Quando sono entrati i social nel tuo percorso, li hai vissuti più come una possibilità o come un compromesso rispetto a quello che facevi?
FM: Una grande possibilità. Proprio perché mi sono sempre sentito un po’ fuori posto, i social mi hanno aiutato a trovare un pubblico. All’inizio non era neanche una cosa naturale per me, non sono mai stato un tipo social. Poi ho provato a fare questo esperimento: portare il mio repertorio, che è un’altra storia, a un pubblico moderno, anche molto giovane. E ha funzionato. Ho iniziato a interpretare brani del repertorio umoristico napoletano e mi sono reso conto che una cosa
Cosa cambia, emotivamente, tra il palco teatrale e una performance pensata per uno schermo?
FM: Sono due cose completamente diverse. In un video puoi tenere un personaggio per poco, magari per un minuto, e funziona. Sul palco no: devi dimostrare per due ore chi sei davvero, quello che stai raccontando deve essere vero. Per quanto riguarda il feedback, sui social è bello: mi arrivano tanti messaggi, anche molto emozionanti, persone che mi scrivono che li ho riportati a ricordi, a canzoni che ascoltavano con i loro cari… quelle sono cose forti, che mi fanno venire i brividi ogni volta. Però non è paragonabile al pubblico vero. Infatti lo dico sempre: venite a teatro, così ci conosciamo davvero. Perché lo schermo è una cosa, ma poi ci sono le persone.”
PS: Qui la differenza non è solo tecnica, ma proprio di natura. Il video ti permette di costruire, di condensare, di controllare. Puoi scegliere cosa mostrare e per quanto tempo. Il palco invece è un’esposizione continua: non puoi interrompere, non puoi nasconderti, e soprattutto non puoi fingere troppo a lungo.
Se tornassi al ragazzo che iniziava a teatro, cosa gli diresti per aiutarlo a trovare la sua voce, senza perdersi tra passato e presente?
FM: Gli direi di fare tutto quello che ha fatto, senza cambiare niente. Anche le cose sbagliate, anche le scelte più stupide, rifarei tutto uguale. Perché alla fine mi hanno portato qui. Ho sempre amato tutte le fasi che ho attraversato, e non cambierei una virgola.
Conclusioni
Sembra una chiusura semplice, quasi scontata, ma in realtà è una delle risposte più difficili da sostenere davvero. Dire “non cambierei nulla” significa accettare anche gli errori, le esitazioni, le deviazioni – tutto ciò che normalmente si vorrebbe correggere tornando indietro.
E invece qui c’è un altro tipo di sguardo: quello per cui anche le “stronzate”, come le chiama lui, fanno parte del percorso tanto quanto le scelte giuste. Non come inciampi da evitare, ma come passaggi necessari.
E in fondo torna tutto con quello che ci ha raccontato: non c’è mai stata una costruzione forzata, né un piano preciso da seguire. Piuttosto una direzione che si è chiarita strada facendo, sbagliando, provando, salendo sul palco ancora e ancora.
E forse è proprio questa la chiusura più giusta: non tanto un consiglio tecnico, ma un invito a non aggiustare troppo il percorso. Perché, a volte, è proprio nel caos iniziale che si trova la propria voce.
E a quel punto, più che cercarla… basta salirci sopra. Sul palco, ovviamente.