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L’annuncio della pubblicazione di sedici album live dei Joy Division è molto più di un’operazione destinata ai collezionisti o agli appassionati del post-punk. È l’occasione per tornare su una delle esperienze artistiche più influenti, enigmatiche e radicali della musica contemporanea. Poche band hanno inciso così profondamente sull’immaginario del rock con una carriera tanto breve: appena due album in studio, una manciata di singoli e meno di quattro anni di attività sono bastati per ridefinire il linguaggio di un’intera generazione di musicisti.

Queste registrazioni dal vivo non promettono soltanto nuovo materiale da ascoltare. Invitano a riscoprire una band che ha trasformato il disagio esistenziale, l’alienazione urbana e la tensione emotiva in una forma musicale del tutto nuova, destinata a lasciare un’impronta ben oltre la fine della propria storia. A oltre quarant’anni dalla morte di Ian Curtis, i Joy Division continuano infatti a rappresentare uno dei punti di svolta più significativi della musica del Novecento.

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Manchester, il punto di origine

Ripercorrere oggi la storia dei Joy Division significa tornare nel cuore di una stagione irripetibile: quella di Manchester postindustriale di fine anni Settanta, segnata dalla crisi economica, dall’alienazione urbana e da un fermento creativo che avrebbe ridefinito per sempre il lessico del rock britannico. In quel paesaggio grigio, duro, quasi claustrofobico, prende forma una band destinata a fare del disagio una grammatica sonora.

Tutto comincia nel 1976, quando Bernard Sumner e Peter Hook assistono al celebre concerto dei Sex Pistols alla Lesser Free Trade Hall. Come è stato raccontato infinite volte, quella serata ha il valore di un atto fondativo per buona parte della scena mancuniana. Ma nel caso dei Joy Division, il punto non è soltanto l’urgenza punk del “chiunque può farlo”. È il modo in cui quell’impulso iniziale verrà superato, raffinato e portato altrove. La prima incarnazione del gruppo si chiama Warsaw, nome preso da un brano di David Bowie, e già lascia intravedere una tensione diversa dal semplice furore del punk più ortodosso.

La nascita dell’identità Joy Division

Con l’ingresso di Ian Curtis alla voce e di Stephen Morris alla batteria, il nucleo della band trova la sua forma definitiva. Quando il gruppo cambia nome in Joy Division, nel 1978, lo fa scegliendo una denominazione controversa, cupa, volutamente disturbante. Una scelta che ancora oggi genera discussione, ma che restituisce bene il clima estetico e concettuale in cui la band si muoveva: un immaginario fatto di ombre, ambiguità, inquietudine storica e tensione psicologica.

A rendere i Joy Division qualcosa di radicalmente diverso rispetto a tante band coeve e l’incontro con Tony Wilson e con la neonata Factory Records, ma soprattutto con il produttore Martin Hannett. Se il punk aveva imposto immediatezza e collisione, Hannett introduce nei Joy Division il contrario: spazio, sottrazione, atmosfera, profondità. Il risultato è un suono freddo ma intensamente emotivo, schematico solo in apparenza, dove il basso melodico e tagliente di Hook si prende spesso il centro della scena, la chitarra di Sumner lavora per incisioni nervose, la batteria di Morris assume un’andatura quasi meccanica, e la voce di Curtis incombe come un monologo interiore trasformato in rito collettivo.

Unknown Pleasures e la nascita di un linguaggio

Nel 1979 arriva Unknown Pleasures, l’album d’esordio che ancora oggi appare come una frattura netta nella storia della popular music. Non si tratta semplicemente di un grande disco: è una ridefinizione del vocabolario emotivo del rock. In brani come Disorder, New Dawn Fades, She’s Lost Control o Shadowplay, i Joy Division mettono in scena un universo sonoro in cui l’angoscia non è esibita, ma organizzata; non esplode, si sedimenta. L’energia del punk non scompare, ma viene compressa, trattenuta, trasformata in pressione psicologica.

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E proprio qui si comprende perché la band sia diventata un punto di riferimento assoluto del post-punk. I Joy Division non si limitano a venire “dopo” il punk: ne reinterpretano la lezione con un linguaggio piu colto, piu introspettivo, piu architettonico. Dove il punk gridava, loro scavavano. Dove altri mettevano in scena la ribellione, loro raccontavano lo smarrimento, il controllo che si incrina, l’incapacità di abitare serenamente il mondo.

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Ian Curtis, oltre il mito

Al centro di tutto c’è naturalmente Ian Curtis, figura ormai entrata nel mito, ma che merita di essere sottratta alla banalizzazione romantica dell’artista maledetto. Curtis non è soltanto il simbolo tragico di una generazione, ma è uno dei grandi autori lirici del rock inglese. I suoi testi, attraversati da ossessioni private e inquietudini collettive, parlano di isolamento, disconnessione emotiva, desiderio, colpa, perdita di controllo. La sua epilessia, aggravata dallo stress dei concerti e da una situazione personale sempre più difficile, si intreccia con una scrittura che non suona mai artificiale o costruita. Nei Joy Division, il tormento non e un ornamento: e materia viva della canzone.

Closer è il compimento artistico

Quando nel 1980 esce Closer, il percorso artistico della band raggiunge un livello ulteriore di maturità. È un disco più complesso, più solenne, perfino più astratto del precedente, eppure emotivamente devastante. Isolation, Heart and Soul, Twenty Four Hours e Decades non descrivono semplicemente uno stato d’animo: costruiscono ambienti interiori, paesaggi mentali, spazi dove la musica sembra avanzare come una processione funebre lucida e controllata. Se Unknown Pleasures era la cronaca di una tensione in atto, Closer assume quasi il tono di un testamento.

La morte di Ian Curtis, il 18 maggio 1980, alla vigilia del primo tour americano della band, interrompe brutalmente questa traiettoria. Da quel momento, la storia dei Joy Division entra nella leggenda. Ma sarebbe riduttivo leggere tutto solo alla luce della tragedia. Perché ciò che rende la band centrale ancora oggi non è soltanto il finale drammatico, bensì la forza di ciò che ha prodotto: due album in studio, una manciata di singoli e una quantità di esibizioni live che hanno alimentato negli anni una mitologia fatta di intensità, vulnerabilità e rigore formale.

Il valore dei 16 album live

Ecco perché la pubblicazione di 16 album dal vivo assume un valore che va oltre il mero recupero archivistico. Queste registrazioni promettono di restituire una dimensione essenziale dei Joy Division: quella del palco. Se i dischi in studio hanno fissato l’estetica del gruppo in forme quasi scultoree, il live può mostrare il movimento interno di quella materia. Può rivelare le variazioni, le asperità, l’energia non addomesticata, il rapporto tra tensione fisica e controllo sonoro che faceva dei concerti della band un’esperienza quasi ipnotica.

Per chi ha studiato i Joy Division soprattutto attraverso Unknown Pleasures, Closer e l’inesauribile fortuna di Love Will Tear Us Apart, questi album live possono rappresentare una chiave nuova. Non solo per ascoltare la crescita del gruppo tra il 1978 e il 1980, ma anche per comprendere come una band così breve sia riuscita a generare un’eredità così estesa. Dai New Order agli Interpol, dagli Editors a molta darkwave, indie e art rock successivi, il solco lasciato dai Joy Division continua a essere evidente. Ma ridurre tutto alla sola influenza stilistica sarebbe comunque poco.

Susanna Staiano
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Joy Division: 16 Album Live in Arrivo
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