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Dolly Parton aveva già scritto il proprio addio più di cinquant’anni fa.

I Will Always Love You nasceva nel 1974 per salutare Porter Wagoner e chiudere uno dei capitoli più importanti della sua carriera. Non parlava della morte e nemmeno della fine di un amore: parlava della capacità di andare via continuando a voler bene a qualcuno.

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Oggi quelle parole suonano inevitabilmente diverse.

Dolly Parton è morta a 80 anni, dopo una vita trascorsa a trasformare una storia che sembrava già scritta, quella di una bambina poverissima cresciuta tra le montagne del Tennessee, in una delle carriere più straordinarie della musica americana.

Cantante country, autrice, attrice, imprenditrice, filantropa e infine semplicemente Dolly: un nome che non aveva più bisogno di presentazioni.

Per capire come sia stato possibile, però, bisogna tornare molto indietro. Prima dei capelli cotonati, degli strass, di Hollywood e di “Jolene”.

Bisogna tornare a Locust Ridge.

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Una casa, dodici figli e le montagne del Tennessee

Dolly Rebecca Parton nasce il 19 gennaio 1946 a Locust Ridge, nella contea di Sevier, Tennessee.

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È la quarta di dodici figli.

La famiglia vive in condizioni economiche estremamente difficili in una piccola casa sulle Great Smoky Mountains. Il padre, Robert Lee Parton, lavora nei campi e nei cantieri; la madre, Avie Lee, si occupa della famiglia e trasmette ai figli una tradizione fatta di racconti, ballate popolari e musica.

La povertà non sarà mai un dettaglio da cancellare dalla biografia di Dolly.

Diventerà materiale artistico.

Uno degli esempi più belli arriverà con “Coat of Many Colors”, nella quale Parton racconta il cappotto che sua madre le aveva cucito utilizzando pezzi di stoffa diversi. Da bambina ne era orgogliosa; a scuola, invece, gli altri bambini la prendevano in giro perché era povera.

Una storia piccolissima, almeno in apparenza.

Dolly la trasforma in una canzone sulla dignità, sull’amore di una madre e sulla differenza tra avere poco e sentirsi poveri.

È una caratteristica che accompagnerà tutta la sua scrittura: prendere qualcosa di estremamente personale e renderlo immediatamente comprensibile a chiunque.

La musica arriva prestissimo.

Canta in chiesa, si esibisce nelle radio e nelle televisioni locali e a tredici anni riesce già a salire sul palco del Grand Ole Opry.

Il Tennessee rurale, però, comincia presto a starle stretto.

Il giorno dopo il diploma parte per Nashville

Nel 1964 Dolly Parton termina la scuola superiore.

Il giorno successivo parte per Nashville.

Ha diciotto anni e un obiettivo piuttosto chiaro: scrivere e cantare.

All’inizio l’industria musicale sembra interessata soprattutto al primo talento. Parton lavora come songwriter e scrive brani destinati ad altri interpreti mentre cerca di costruire parallelamente una carriera personale.

Nel 1967 pubblica il suo primo album, Hello, I’m Dolly.

Il titolo, riletto oggi, sembra quasi profetico.

Il mondo stava davvero per conoscere Dolly.

Nello stesso periodo arriva l’incontro decisivo con Porter Wagoner, uno dei volti più popolari della musica country americana. Parton entra nel suo programma televisivo e i due cominciano una collaborazione artistica destinata a durare anni.

Wagoner le offre una piattaforma enorme.

Ma a un certo punto Dolly capisce che quella stessa piattaforma rischia di diventare una gabbia.

Vuole una carriera propria.

E per dirgli addio scrive una canzone.

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Prima Jolene, poi I Will Always Love You

Il 1973 e il 1974 cambiano definitivamente la dimensione di Dolly Parton.

Nel 1973 arriva “Jolene”.

Il testo è quasi disarmante nella sua semplicità: una donna implora un’altra donna, bellissima, di non portarle via l’uomo che ama.

Non la minaccia.

Non la insulta.

La supplica.

Jolene trasforma la gelosia in vulnerabilità e costruisce tutta la propria tensione intorno alla ripetizione di un nome.

Cinquant’anni dopo è ancora una delle canzoni country più riconoscibili mai scritte, reinterpretata da generazioni di artisti lontanissimi dal mondo dal quale proveniva Parton.

Ma quasi contemporaneamente Dolly scrive un altro brano destinato ad avere una vita ancora più incredibile.

I Will Always Love You.

La dedica è per Porter Wagoner.

Parton vuole lasciare il suo programma e proseguire da sola, mentre Wagoner vorrebbe che restasse. Dolly sceglie allora di spiegargli attraverso una canzone quello che probabilmente non riusciva a dirgli in altro modo.

Me ne vado, ma questo non cancella ciò che sei stato per me.

La versione di Dolly raggiunge il numero uno della classifica country nel 1974. Una nuova registrazione tornerà al numero uno nel 1982.

Poi, nel 1992, la canzone cambia ancora vita.

Whitney Houston la interpreta per The Bodyguard..

La sua versione diventa un fenomeno mondiale e uno dei singoli più famosi della storia del pop.

Milioni di persone scoprono I Will Always Love You attraverso la voce gigantesca di Whitney Houston.

Ma dietro quella canzone continua a esserci la ragazza del Tennessee che l’aveva scritta per salutare il proprio mentore.

Quando il country comincia a starle stretto

Negli anni Settanta Dolly Parton prende un’altra decisione rischiosa.

Non vuole rimanere confinata nel country.

Il passaggio verso il pop avrebbe potuto alienarle il pubblico che l’aveva resa famosa senza garantirle necessariamente un pubblico nuovo.

Dolly lo fa comunque.

Nel 1977 Here You Come Again diventa uno dei suoi primi grandi successi crossover.

La sua voce comincia a uscire dai confini delle radio country e contemporaneamente cresce il personaggio.

Capelli sempre più voluminosi. Tacchi. Unghie lunghissime. Abiti ricoperti di strass. Trucco esagerato.

Parton comprende molto presto qualcosa che molte popstar impareranno soltanto decenni dopo: se l’immagine diventa parte dello spettacolo, tanto vale controllarla personalmente.

Dolly non cerca mai di convincere il pubblico che quello sia il suo aspetto naturale.

Fa esattamente il contrario.

Esagera tutto.

Scherza su se stessa prima che possano farlo gli altri.

Trasforma l’artificio in autenticità.

Dietro quella costruzione apparentemente frivola, però, continua a esserci una songwriter formidabile.

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9 to 5 e la conquista di Hollywood

Nel 1980 arriva Hollywood.

Dolly Parton recita accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin in “9 to 5”, commedia sul sessismo e sulle dinamiche di potere nel mondo del lavoro.

Per il film scrive anche la canzone omonima.

L’introduzione ritmica del brano nasce da uno dei dettagli più Dolly Parton possibili: il suono delle sue unghie acriliche battute tra loro, utilizzate come se fossero uno strumento a percussione.

9 to 5 arriva al numero uno della Billboard Hot 100.

E dietro una melodia irresistibile si nasconde un testo sul lavoro sottopagato, sui capi che si prendono i meriti degli altri e sulla frustrazione di milioni di lavoratrici.

Ancora una volta Dolly riesce a fare una cosa difficilissima: affrontare un tema sociale senza trasformare una canzone popolare in un manifesto pesante.

Il cinema continua con The Best Little Whorehouse in Texas, Rhinestone e soprattutto Steel Magnolias.

A quel punto non è più soltanto una star del country.

È una celebrity americana.

Islands in the Stream e l’incontro con Kenny Rogers

Nel 1983 arriva un altro dei brani destinati a definire la sua carriera.

Islands in the Stream, cantata insieme a Kenny Rogers.

Scritta dai Bee Gees, la canzone diventa un enorme successo e raggiunge il numero uno negli Stati Uniti.

La chimica tra Rogers e Parton è tale che per decenni il pubblico continuerà a fantasticare su una possibile relazione tra i due.

Loro hanno sempre raccontato un’altra storia: quella di un’amicizia profondissima.

Islands in the Stream diventerà uno dei duetti più celebri della musica americana e consoliderà ulteriormente la capacità di Dolly di muoversi senza difficoltà tra country e pop.

Tre voci: Dolly, Emmylou Harris e Linda Ronstadt

Nel 1987 arriva Trio.

Dolly Parton, Emmylou Harris e Linda Ronstadt mettono insieme tre delle voci più riconoscibili della musica americana.

Il progetto riporta al centro armonie vocali, folk e country tradizionale e diventa un successo commerciale e critico.

L’album conquista un Grammy e avrà un seguito, “Trio II”, pubblicato nel 1999.

È un’altra dimostrazione della posizione particolare occupata da Dolly.

Può essere contemporaneamente la donna degli strass e una musicista profondamente legata alla tradizione americana.

Non deve scegliere.

Dollywood e il ritorno a casa

Nel 1986 il nome Dolly Parton finisce anche all’ingresso di un parco divertimenti.

Nasce Dollywood, nel Tennessee orientale.

Sulla carta potrebbe sembrare l’apice della trasformazione di un’artista in marchio.

In realtà racconta qualcosa di molto più interessante.

Dolly utilizza il proprio successo per investire proprio nella regione dalla quale era partita.

Dollywood cresce negli anni fino a diventare una delle principali attrazioni turistiche del Tennessee e un importante motore economico per l’area.

La ragazza che aveva lasciato le montagne per cercare fortuna a Nashville era tornata a casa portando con sé lavoro, turismo e investimenti.

Non aveva mai realmente reciso quel legame.

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La battaglia contro l’analfabetismo

Forse una delle parti più importanti dell’eredità di Dolly Parton non si trova però in una classifica.

Nel 1995 fonda la Imagination Library.

Il progetto nasce per distribuire gratuitamente libri ai bambini della sua contea natale e successivamente si espande enormemente, raggiungendo milioni di famiglie.

Dietro l’iniziativa c’è ancora una volta una storia personale.

Il padre di Dolly non aveva avuto la possibilità di imparare a leggere e scrivere.

Parton trasforma quella ferita familiare in un programma dedicato alle generazioni successive.

Negli anni la sua attività filantropica continuerà in molti altri campi.

Durante la pandemia dona inoltre un milione di dollari alla Vanderbilt University per sostenere la ricerca sul Covid-19, finanziamento che contribuirà anche al lavoro legato allo sviluppo del vaccino Moderna.

Senza mai rinunciare agli strass.

Forse è proprio questo uno dei motivi per cui Dolly Parton è riuscita a essere amata da pubblici tanto diversi: non ha mai considerato la leggerezza incompatibile con la profondità.

L’ingresso nella Rock & Roll Hall of Fame che non voleva

Nel 1999 Dolly Parton entra nella Country Music Hall of Fame.

Sembrerebbe il riconoscimento naturale per una delle figure fondamentali del genere.

Più curiosa è invece la storia della Rock & Roll Hall of Fame.

Quando nel 2022 viene candidata, Dolly prova inizialmente a ritirarsi.

Non ritiene di aver guadagnato il diritto di essere considerata un’artista rock.

La candidatura rimane e Parton viene infine introdotta nella Hall of Fame.

La sua risposta arriva l’anno successivo.

Se ormai l’avevano fatta entrare nel rock, avrebbe fatto un disco rock.

Nel 2023 pubblica Rockstar, un progetto monumentale che la vede confrontarsi con classici del genere e collaborare con alcuni dei nomi più importanti della musica.

Aveva 77 anni.

Continuava ancora a divertirsi.

Il saluto a Dolly Parton

Dolly Parton se ne va dopo aver attraversato quasi sessant’anni di cultura popolare senza mai trasformarsi nella reliquia di un’epoca passata.

Ha conosciuto il country televisivo degli anni Sessanta, il crossover degli anni Settanta, Hollywood e le classifiche pop degli Ottanta, MTV, i CD, internet, lo streaming e TikTok.

Generazioni completamente diverse hanno incontrato Dolly in momenti diversi.

Qualcuno con Jolene.

Qualcuno con 9 to 5.

Qualcuno attraverso Whitney Houston.

Qualcuno attraverso Miley Cyrus, che di Dolly era figlioccia.

Qualcuno magari attraverso un video visto sul telefono cinquant’anni dopo la registrazione di una sua canzone.

Eppure sembrava sempre la stessa.

Forse perché Dolly Parton aveva capito molto presto che per sopravvivere alle mode non bisognava inseguirle.

Bisognava diventare riconoscibili abbastanza da non averne bisogno.

La bambina nata in una famiglia di dodici figli sulle montagne del Tennessee voleva cantare.

È finita per diventare una delle grandi narratrici della musica americana.

E c’è qualcosa di quasi perfetto nel fatto che proprio lei abbia scritto, quando aveva meno di trent’anni, le parole che oggi sembrano inevitabili.

Non serve inventare un addio migliore.

We will always love you, Dolly.

Susanna Staiano
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Addio a Dolly Parton
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