Jay-Z e Rick Rubin tornano faccia a faccia per una nuova serie documentaria. Ma la notizia è anche l’occasione per raccontare uno dei personaggi più anomali della storia della produzione musicale: l’uomo che ha attraversato hip-hop, metal, rock, country e pop senza mai imporre davvero un proprio suono.
Una stanza, due sedie, due persone che hanno contribuito in modi completamente diversi a cambiare la musica contemporanea. Da una parte Jay-Z, a trent’anni da Reasonable Doubt. Dall’altra Rick Rubin, barba bianca, quell’aria quasi ascetica diventata parte del personaggio e una capacità piuttosto rara: sembrare immobile mentre intorno a lui cambiano interi generi musicali.
È questa l’idea alla base di JAŸ-Z IN 8, la nuova serie documentaria HBO in otto episodi che debutterà il 18 settembre. Rubin la dirige e, soprattutto, torna a fare quello che probabilmente sa fare meglio: ascoltare un artista e portarlo a interrogarsi sul proprio lavoro.
Non sarà una biografia tradizionale di Jay-Z. I due ripercorreranno canzoni, testi, influenze, esperienze formative e processo creativo, cercando il punto in cui vita e musica hanno cominciato a diventare indistinguibili.
È una conversazione su Jay-Z, certo. Ma la persona scelta per condurla racconta qualcosa di altrettanto interessante.
Perché per capire davvero la portata di Rick Rubin basta mettere sulla stessa riga alcuni dei nomi con cui ha lavorato: Run-D.M.C., Beastie Boys, Slayer, Johnny Cash, Red Hot Chili Peppers, System of a Down, Jay-Z, Metallica, Adele, Kanye West.
E a quel punto la domanda viene quasi spontanea: che cosa fa davvero Rick Rubin?
Da 99 Problems a una conversazione lunga otto episodi
Jay-Z e Rubin non sono due sconosciuti messi insieme per esigenze televisive.
Il loro incontro più celebre risale al 2003 e a The Black Album. Rubin produsse 99 Problems, costruendo un brano che sembrava provenire contemporaneamente dalle radici dell’hip-hop e da qualcosa di molto più duro.
Beat essenziale, 808, chitarre, pochissimo spazio per tutto ciò che non fosse necessario.
Il risultato è uno dei brani più riconoscibili della carriera di Jay-Z e una produzione che porta chiaramente con sé uno dei principi fondamentali del metodo Rubin: se qualcosa non serve alla canzone, probabilmente può essere eliminato.
La collaborazione tra i due non si è però fermata lì. Rubin sarebbe tornato nell’orbita creativa di Jay-Z anche durante la lavorazione di Magna Carta Holy Grail, offrendo feedback sul materiale.
Ora il rapporto cambia nuovamente forma.
In JAŸ-Z IN 8 non deve costruire il beat di Jay-Z. Deve costruire lo spazio nel quale Jay-Z possa spiegare perché quel beat, quella frase o quella scelta siano esistiti.
Ed è forse una delle descrizioni migliori possibili del metodo Rubin.
Prima di tutto questo c’era una stanza alla NYU
Frederick Jay Rubin nasce nel 1963 a Long Island.
All’inizio degli anni Ottanta frequenta la New York University e proprio nella sua stanza del dormitorio comincia a prendere forma quella che diventerà Def Jam Recordings.
L’incontro con Russell Simmons trasforma il progetto in qualcosa di molto più grande.
LL Cool J, Run-D.M.C., Beastie Boys, Public Enemy.
Una parte fondamentale dell’esplosione commerciale e culturale dell’hip-hop passa da quel mondo.
Rubin capisce molto presto qualcosa che l’industria discografica non aveva ancora completamente compreso: il rap non aveva bisogno di essere reso più elegante, più ricco o più vicino al pop per funzionare.
Poteva funzionare facendo esattamente il contrario.
Batterie enormi, pochi elementi, spazio alla voce.
L’essenziale.
Nel 1986 Licensed to Ill dei Beastie Boys diventa il primo album rap a raggiungere il numero uno della classifica statunitense. Nello stesso periodo Rubin lavora anche a Raising Hell dei Run-D.M.C., uno dei dischi che contribuiscono definitivamente a portare l’hip-hop verso il grande pubblico.
Ma mentre sta contribuendo alla definizione del suono di una nuova generazione rap, Rubin prende una decisione apparentemente incomprensibile.
Comincia a lavorare con gli Slayer.
Dai Beastie Boys agli Slayer
Nel 1986 esce Reign in Blood.
Ventinove minuti che diventano uno dei punti di riferimento assoluti del thrash metal.
Guardando semplicemente le categorie dell’industria musicale dell’epoca, Beastie Boys e Slayer avrebbero dovuto appartenere a universi completamente separati.
Rubin, però, sembra vedere qualcos’altro.
Hip-hop, punk e metal potevano avere linguaggi differenti, ma condividevano energia, immediatezza e una certa insofferenza verso ciò che era venuto prima.
La produzione di Reign in Blood rende il suono degli Slayer più nitido e diretto rispetto a molte produzioni metal dell’epoca. La velocità rimane devastante, ma ogni elemento acquista spazio.
È un principio che continuerà a comparire, sotto forme completamente diverse, durante tutta la carriera di Rubin.
La domanda non sembra mai essere: a quale genere appartiene questa musica?
Piuttosto: qual è la cosa più potente che questo artista sa fare?
Una volta trovata, tutto il resto può essere ridimensionato.
Il produttore che produce togliendo
Qui nasce il grande paradosso di Rick Rubin.
Pensiamo normalmente al produttore come alla persona che costruisce il suono: sceglie strumenti, microfoni, effetti, arrangiamenti, interviene sulla registrazione, modifica, aggiunge.
Rubin ha spesso interpretato il ruolo in maniera diversa.
A volte il suo lavoro assomiglia più a quello di un editor.
Ascolta.
Fa domande.
Elimina.
Suggerisce una direzione.
Cerca di capire quando una canzone sta diventando qualcosa che l’artista pensa di dover fare invece di qualcosa che vuole realmente fare.
La tecnologia viene dopo.
Forse è anche per questo che osservare la sua discografia continua a produrre uno strano effetto.
Come può la stessa persona produrre Slayer, Johnny Cash, Adele e i Red Hot Chili Peppers?
Dopo Def Jam, Rubin fonda American Recordings e continua a muoversi tra mondi apparentemente incompatibili.
Lavora con Tom Petty.
Con i Red Hot Chili Peppers.
Con System of a Down.
Con i Metallica.
Con Neil Diamond.
Con Adele.
Con Kanye West.
Con The Strokes.
Con i Black Sabbath.
Eppure uno degli incontri che meglio spiegano la sua filosofia è probabilmente quello con Johnny Cash.
All’inizio degli anni Novanta Cash è già una leggenda, ma il rapporto con l’industria discografica è profondamente cambiato. La sua enorme influenza non corrisponde più alla centralità commerciale avuta nei decenni precedenti.
Rubin potrebbe provare ad aggiornarne il suono.
Fa praticamente il contrario.
Riduce.
Una voce, una chitarra, delle canzoni.
Il primo American Recordings, pubblicato nel 1994, contribuisce a riportare Cash al centro della conversazione musicale. Negli anni successivi arriveranno reinterpretazioni che diventeranno parte integrante dell’ultima fase della sua carriera.
La più famosa sarà Hurt, originariamente dei Nine Inch Nails.
La versione di Cash diventa qualcosa di completamente diverso dall’originale. Non perché Rubin abbia riempito la canzone di nuove idee, ma perché ha capito quale elemento dovesse stare al centro.
Johnny Cash.
Rubin aveva individuato qualcosa di elementare: Cash era prima di tutto un narratore.
Non serviva costruirgli una nuova identità.
Serviva togliere abbastanza cose da permettere a quell’identità di tornare visibile.
Rick Rubin e l’arte di non lasciare la propria firma
Qui sta probabilmente la caratteristica più interessante della sua carriera.
Molti grandi produttori possono essere riconosciuti dopo pochi secondi.
Phil Spector aveva il Wall of Sound. Giorgio Moroder ha contribuito a definire un universo costruito intorno a sintetizzatori e sequencer. Nile Rodgers possiede un linguaggio ritmico immediatamente identificabile.
Con Rubin è molto più complicato.
Qual è il suono di Rick Rubin?
È quello degli Slayer di Reign in Blood?
È 99 Problems?
È Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers?
È Johnny Cash con una chitarra acustica?
È 21 di Adele?
Non esiste una risposta semplice perché forse il suo vero stile consiste proprio nel non imporne uno.
Il produttore diventa una specie di specchio.
Non deve trasformare l’artista in Rick Rubin.
Deve eliminare abbastanza interferenze perché l’artista possa diventare una versione più nitida di sé stesso.
Ed è proprio questa filosofia ad aver generato, nel corso degli anni, anche delle critiche. Alcuni musicisti hanno raccontato di un Rubin molto meno presente in studio rispetto all’idea tradizionale del produttore, alimentando ulteriormente la domanda su quale sia esattamente il suo contributo.
Ma forse è proprio questo il punto.
Il valore di Rubin non è sempre misurabile nel numero di ore trascorse davanti a una console.
Può essere una domanda.
Una scelta.
Un questa parte non serve.
O semplicemente la capacità di riconoscere la versione migliore di una canzone quando ancora nessun altro riesce a sentirla.
Dai dischi alla creatività stessa
Negli ultimi anni Rubin ha progressivamente trasformato questa filosofia in qualcosa di più ampio.
Nel 2023 ha pubblicato The Creative Act: A Way of Being, un libro che non è un manuale tecnico sulla produzione musicale, ma una riflessione sulla creatività stessa.
Non parla soltanto ai musicisti.
Parla a chiunque provi a creare qualcosa.
Ed è perfettamente coerente con l’evoluzione della sua figura: Rubin è passato dall’essere il ragazzo che produceva hip-hop in una stanza della NYU a diventare una sorta di osservatore professionale del processo creativo.
La sua domanda non è più soltanto: come facciamo un disco migliore?
È diventata qualcosa di molto più grande:
da dove arriva un’idea e cosa dobbiamo fare per non rovinarla?
Ecco perché Jay-Z è l’interlocutore perfetto
Per questo JAŸ-Z IN 8 potrebbe essere molto più interessante della classica docuserie celebrativa.
Jay-Z ha trascorso trent’anni a costruire contemporaneamente un catalogo musicale e una mitologia personale.
Le canzoni sono autobiografia, personaggio, memoria, tecnica e ambizione.
Rubin può attraversarle dall’esterno.
Gli otto episodi prenderanno in esame diversi momenti della sua produzione, passando attraverso brani come Brooklyn’s Finest, Dead Presidents II, U Don’t Know, 99 Problems, The Story of O.J., 4:44 e Family Feud.
Il punto non sarà semplicemente ascoltarli di nuovo.
Sarà capire perché esistono.
Trent’anni dopo Reasonable Doubt e più di vent’anni dopo The Black Album, Jay-Z torna quindi davanti a Rick Rubin.
Non per registrare un’altra 99 Problems.
Questa volta sul tavolo non c’è un disco da produrre.
C’è una carriera intera da smontare pezzo per pezzo.
Rick Rubin non è l’uomo che dice agli artisti cosa aggiungere, ma quello che riesce a capire cosa rimane quando viene tolto tutto ciò che non serve.
Da Jay-Z agli Slayer, da Johnny Cash ad Adele, cambiano i generi, le epoche, gli strumenti e persino l’idea stessa di cosa debba essere una canzone.
L’uomo seduto dall’altra parte della stanza, invece, continua a essere lo stesso.
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