Charlie Puth non è più l’artista pop levigato e iper-controllato che abbiamo conosciuto qualche anno fa. In una recente intervista a Rolling Stone, il cantautore statunitense ha dichiarato senza filtri: “I used to be very cringe”. Una frase forte, autoironica, che racconta molto più di una semplice autocritica. È il punto di partenza di una nuova fase creativa, più consapevole, più autentica e – soprattutto – più musicale.
“Ero molto cringe”: quando l’autocritica diventa crescita
Riconoscere i propri limiti non è mai semplice, soprattutto quando si è sotto i riflettori fin dall’inizio della carriera. Charlie Puth oggi guarda indietro e analizza senza sconti le sue scelte passate, sia musicali che comunicative. Secondo l’artista, molte decisioni erano dettate dall’ansia di piacere, dall’algoritmo dei social e da un bisogno costante di validazione.
Questa consapevolezza segna una rottura netta con il passato. “Cringe”, per Puth, non significa solo imbarazzo estetico, ma anche aver perso il controllo della propria identità artistica, inseguendo tendenze invece di ascoltare il proprio istinto musicale.
Il nuovo album: meno strategia, più istinto
Il suo nuovo lavoro discografico rappresenta un ritorno alle origini, ma con una maturità completamente diversa. Charlie Puth ha prodotto e scritto gran parte del disco affidandosi all’orecchio assoluto che lo ha sempre contraddistinto, ma questa volta senza l’ossessione del singolo virale.
Dal punto di vista sonoro, l’album è più organico, con arrangiamenti curati, armonie vocali stratificate e un uso della produzione che guarda tanto al pop quanto all’R&B e alla tradizione songwriter americana. Non è un disco che punta al colpo facile, ma alla coerenza emotiva.
Gli errori come parte del percorso artistico
Uno dei passaggi più interessanti dell’intervista riguarda il rapporto di Puth con il fallimento. L’artista ammette di aver fatto scelte sbagliate, di essersi esposto troppo e di aver confuso la visibilità con il valore.
Questa riflessione è particolarmente rilevante per i musicisti di oggi, costretti a bilanciare creatività e presenza online. Charlie Puth sottolinea come la pressione dei social possa deformare il processo creativo, spingendo gli artisti a creare contenuti invece che musica.
L’esperienza del Super Bowl: un punto di svolta
Esibirsi durante un evento come il Super Bowl è un traguardo enorme, ma anche una prova di maturità. Per Puth, quel palco ha rappresentato una sorta di spartiacque: la consapevolezza di essere arrivato, ma anche la responsabilità di non perdersi.
Lontano dall’essere solo una vetrina mediatica, il Super Bowl ha rafforzato la sua idea di musica come performance reale, non solo numeri e streaming. Un ritorno al contatto diretto con il pubblico, alla dimensione live come banco di prova definitivo.
Il peso (positivo) della citazione di Taylor Swift
Nel corso della sua carriera, Charlie Puth ha ricevuto una spinta enorme da una citazione pubblica di Taylor Swift, che lo ha menzionato come uno degli artisti più sottovalutati della sua generazione. Un endorsement di questo tipo può cambiare tutto, ma Puth è consapevole del rischio: vivere all’ombra del riconoscimento altrui.
Oggi quell’episodio viene visto come una conferma, non come una stampella. Un segnale che il talento c’è, ma che va difeso con scelte artistiche coraggiose e coerenti.
Conclusione
Dal punto di vista tecnico, Charlie Puth resta uno dei musicisti pop più preparati della scena contemporanea. La sua attenzione maniacale per intonazione, arrangiamenti e sound design emerge con forza nel nuovo album, dove ogni dettaglio sembra avere un motivo preciso.
La differenza rispetto al passato è il controllo: meno compromessi, meno interferenze esterne, più fiducia nel proprio gusto musicale. Un approccio che lo avvicina più a un producer che a una pop star tradizionale.
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