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Abbiamo incontrato Ciccio Merolla e il ghiaccio si è rotto subito.
Sono bastate poche battute, un paio di riferimenti condivisi, e la conversazione ha preso una direzione tutta sua, come succede spesso quando, da napoletani, ci si capisce al volo.

Si parla di ritmo, certo. Ma anche di istinto, di strada, di quella Napoli che non fa da sfondo ma entra nelle cose, nei suoni, nei gesti. 

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Il risultato è tutto qui: un racconto che parte dai vicoli e arriva altrove, senza mai perdere il filo.

E infatti è da lì che si comincia…

Indice

Passione Strumenti: Ciccio, hai iniziato a suonare giovanissimo nei vicoli di Napoli: che ricordi hai di quei primi momenti con le percussioni?

Ciccio Merolla: Guarda, più che ricordi sono sensazioni. Da piccolo stavo in mezzo agli amici, si ascoltava musica insieme – Santana, Marley – e quella roba ti entrava dentro senza che tu te ne rendessi conto. Non è che dicevo “voglio fare il percussionista”: sentivo quei suoni e avevo proprio il bisogno di rifarli.

E allora usavo quello che c’era. Un tavolo diventava uno strumento, una sedia aveva un suono diverso, ogni superficie era una possibilità. Non avevo nulla, ma in realtà avevo tutto. Era una cosa istintiva, quasi fisica. E la verità è che quella sensazione non mi ha mai lasciato: ancora oggi, quando sento un groove, la prima cosa che faccio è cercarlo con le mani.

PS: Non lo racconta come un punto di partenza, ma come qualcosa che c’era già. Prima ancora di capire cosa fosse davvero la musica, c’era già un gesto preciso: provare a rifare un suono.

PS: C’è stato qualcuno che ti ha fatto scoprire davvero il ritmo o è stato qualcosa di naturale?

CM: È stata una cosa naturale… però ti racconto un episodio, proprio strano, quasi magico.

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Io ero bambino e guardavo il Festival di Sanremo. C’era la sigla, l’orchestra… e davanti un percussionista con queste congas bellissime. Rimasi folgorato. Proprio amore a prima vista. Pensai: “Io voglio fare questo.”

Poi succede che sto sempre per strada, suono nei vicoli, a via Toledo… e a un certo punto passa questo signore, Ennio Nicolucci, che mi dice: “Vuoi partecipare a un film con Pino Daniele?”

Il film era Blues Metropolitano. Io accetto, vado lì… e da quel momento parte tutto.

Perché proprio in quell’occasione incontro Rosario Jermano, il percussionista storico di Pino Daniele, e gli chiedo di studiare con lui. Da lì inizio a studiare, poi a lavorare.

E poi succede un’altra cosa incredibile.

Dopo più di trent’anni, Rosario sente un’intervista in cui racconto questo episodio e mi scrive:
“Ciccio, non ci crederai… ma quel percussionista che hai visto a Sanremo ero io.”

(Che cosa bella quando il destino si diverte a chiudere i cerchi)

Eh… il destino. Una cosa proprio magica.

PS: Ti ricordi il primo “strumento” su cui hai iniziato a suonare?

CM: Assolutamente sì: lo sportello di una Fiat 127. Per me era come avere davanti una batteria di congas. Ci trovavo tre suoni diversi, come se fosse una triade. È incredibile a dirsi, ma lì ho capito che lo strumento è relativo: quello che conta è l’ascolto, l’intenzione.

PS: Nel 1989 arrivi ai Panoramics: cosa significava per un ragazzo così giovane entrare in un gruppo?

CM: È stata una cosa incredibile, quasi surreale. Io ero ancora un ragazzino che veniva dai vicoli, da quell’energia spontanea, e all’improvviso mi ritrovo dentro una band vera, con una direzione, con dei palchi davanti.

La cosa che mi ha segnato di più è la velocità con cui è successo tutto. Dopo pochissimo tempo mi ritrovo sul palco del Primo Maggio… e lì capisci davvero cosa significa stare dentro la musica. Quella massa di gente, quell’energia… “a chillu bordell”, come diciamo noi, è stato un impatto fortissimo.

Ma più di tutto, è stato il momento in cui ho capito che quella passione poteva diventare una strada concreta. Non era più solo una cosa mia, privata: stava diventando un linguaggio condiviso.

PS: Nel corso della tua carriera hai suonato con artisti molto importanti come Edoardo Bennato, Enzo Gragnaniello e James Senese: cosa ti hanno insegnato?

CM: Mi hanno insegnato il mestiere, quello vero. Non solo suonare, ma vivere la musica in modo totale. Con loro non esisteva il “vengo, faccio il concerto e vado via”: si stava insieme tutto il giorno, si lavorava sulle scalette, sugli arrangiamenti, sull’energia del live.

Ho imparato cosa significa costruire uno spettacolo, come si tiene un palco, come si crea una dinamica tra i musicisti. Era una scuola continua, ma non teorica – pratica, vissuta, quotidiana.

E poi ognuno di loro aveva una personalità fortissima. Stare in mezzo ad artisti di quel calibro  ti spinge a tirare fuori qualcosa di tuo, a non limitarti ad accompagnare, ma a essere parte attiva del suono.

PS: C’è un momento o un concerto con uno di loro che ti è rimasto particolarmente impresso?

CM: Sì, c’è un episodio con James Senese che non dimenticherò mai. James è uno molto rigoroso, molto esigente. Non è uno che ti fa i complimenti — se sbagli, te lo fa pesare.

Durante un concerto, a un certo punto mi sono lasciato andare. Ho fatto una cosa mia, fuori dagli schemi, quasi un intervento rap sulle percussioni. Era un rischio.

Quando è finito il pezzo, gli altri membri della band erano convinti che dopo mi sarebbe arrivato un cazziatone. Si sentiva proprio quell’aria lì.

PS: Invece James mi guarda e mi dice: “Ciccio, tu hai fatto una cosa bellissima

CM: Per me quella frase è stata enorme. Perché detta da lui ha un peso diverso. Significa che hai fatto qualcosa di vero.

PS: E lì capisci una cosa: la musica non è solo tecnica. Mentre lo racconta è facile immaginarsi la scena, quasi come se per un attimo fossimo lì anche noi, con James Senese e la band.

PS: Nel 2004 arriva Nun pressà o’ sole: cosa rappresentava per te quel disco?

CM: Era una scommessa totale. Un disco solo di percussioni, in un momento in cui nessuno pensava potesse funzionare. Io però ero completamente preso dal groove, era una cosa che mi ossessionava.

Quando è uscito ed è andato bene, è stata una soddisfazione enorme. Anche perché dentro c’era già una visione: c’era il rap, c’era contaminazione. Era un disco che diceva “questa è la mia strada”, anche se non era la più facile.

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PS: Con l’album Kokoro hai sperimentato anche con il rap: quanto è importante per te mescolare generi diversi?

CM: Per me è fondamentale, ma deve partire sempre da una cosa: la sincerità. Noi nasciamo già pieni di influenze, di suoni, di immagini, di culture che ci attraversano. Il punto non è scegliere un genere, ma capire cosa ti rappresenta davvero.

Se sei sincero, quella miscela viene fuori da sola. E diventa personale. Io non ho mai voluto restare dentro un limite didattico, dentro una definizione. La musica deve essere viva, deve muoversi, deve contaminarsi.

Kokoro nasce proprio da questo: dal bisogno di dire che puoi fare rap anche su ritmi diversi, che puoi spostare il linguaggio senza tradirlo. Anzi, rendendolo più tuo.

PS: Si capisce che non è una scelta studiata a tavolino.
È più una curiosità che si è allargata nel tempo, qualcosa che ha iniziato a prendere forma mentre cercava suoni diversi, senza preoccuparsi troppo di dove finissero.
E alla fine tutto torna lì: a quello che gli suona vero.

PS: Il tuo stile unisce tradizioni mediterranee, ritmi africani e sonorità urbane: come nasce questa fusione?

CM: Nasce dalla ricerca continua. Io a un certo punto ho iniziato ad avvicinarmi molto alla musica africana, forse anche più di quella americana. Mi affascinava quella radice, quella connessione diretta con il ritmo.

Poi è arrivato il rap, che mi ha aperto un’altra dimensione. E lì ho capito che non dovevo scegliere: potevo mettere insieme tutto. Mediterraneo, Africa, urbano.

Kokoro è stata proprio una dichiarazione di intenti: il rap può vivere anche su altri battiti, può avere un respiro diverso. E quella fusione è diventata il mio linguaggio.

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PS: Nel 2022 quando hai capito che Malatìa stava diventando virale?

CM: Non subito. Io stavo dentro la cosa, la vivevo giorno per giorno. A un certo punto è stato mio figlio Leo a dirmi: “Papà, sta succedendo qualcosa”.

E lì inizi a renderti conto. Vedi che cresce, che si muove, che arriva alle persone. È stata una sensazione bellissima, ma anche sorprendente. Perché non era una cosa costruita: era pura.

PS: Ti aspettavi che un brano fatto solo di voce e percussioni potesse avere un impatto così forte?

CM: No. E credo che nessuno se lo aspettasse, nemmeno il più grande discografico. È proprio questo che rende tutto ancora più bello.

Perché significa che quando arrivi al cuore, quando sei vero, le persone lo sentono. Non servono per forza strutture complesse, produzioni enormi. A volte basta una voce, un ritmo, e qualcosa che vibra davvero.

E io ancora oggi non smetto di gioire per questo risultato. Perché vedere quanta gente si muove su quella cosa lì… è qualcosa di incredibile.

PS: Napoli è sempre presente nella tua musica: cosa rappresenta per te questa città?

CM: Napoli è tutto. È la mia vita. Io sono nato qui e non me ne sono mai voluto andare, nemmeno nei momenti in cui magari sarebbe stato più semplice.

È una città fortissima, una metropoli piena di energia, di contraddizioni. Ma proprio per questo ti insegna a trasformare i problemi in carburante per vivere.

E poi è un melting pot continuo. A Napoli non esiste il quartiere “di qualcuno”: è tutto mescolato, tutto vivo. E questa cosa inevitabilmente entra nella musica, ti forma, ti dà una visione.

PS: Tu hai vissuto diverse stagioni della musica napoletana, anche accanto ad artisti come James Senese o Edoardo Bennato. Che differenze vedi tra quella scena e quella di oggi?

CM: Poi è normale che quando qualcosa cresce e arriva a tante persone, venga anche criticato. Succede sempre.

Chi emerge, chi in qualche modo sta vincendo, inevitabilmente si porta dietro anche le critiche.

Ma questo fa parte del gioco. Non riguarda solo Napoli, succede ovunque.

Io personalmente sono favorevole a quello che sta succedendo, perché significa che le cose si stanno muovendo. La musica cambia, si evolve, e ogni generazione trova il suo modo di esprimersi.

PS: Oggi è proprio quella nuova generazione di artisti napoletani a finire più spesso al centro del dibattito mediatico.
Ma in fondo ha ragione Ciccio: la musica si muove, cambia, e trova sempre nuovi modi per arrivare al suo pubblico.

PS: Dopo tanti anni di carriera e questo nuovo successo, cosa ti stimola ancora artisticamente?

CM: Il fatto che ogni giorno si riparte da zero. Io non vivo di quello che ho fatto. Non può essere quello il motore.

La gioia non deve dipendere dal successo, perché il successo va e viene. Quello che resta è la ricerca, il desiderio di arrivare al cuore delle persone.

Finché sento quella cosa, finché ho quella spinta, allora ha senso continuare.

PS: C’è qualche progetto o collaborazione che ti piacerebbe realizzare nei prossimi anni?

CM: La mia pentola è sempre piena. Ci sono nuove collaborazioni, anche con ragazzi giovanissimi, nuovi singoli, concerti in tutta Italia.

Mi piace confrontarmi con le nuove generazioni, perché portano energia, visione, freschezza. E io ho ancora tanta voglia di fare, di creare, di condividere.

PS: Guardando il percorso che hai fatto, cosa diresti oggi al ragazzo che ha iniziato tutto?

CM: Gli direi una cosa semplice: “Ciccio, stiamo ancora a metà della storia.”

PS: Non sembra una frase pensata per chiudere, ma qualcosa che gli viene naturale, quasi detta tra sé e sé.
Del resto, è bastata una chiacchierata per capire che Ciccio Merolla è ancora dentro quella ricerca: le mani sempre in movimento, il suono che può nascere ovunque.

Ulteriori Informazioni:

Susanna Staiano
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Ciccio Merolla
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