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Al The Strokes non è mai interessato davvero stare al gioco. E oggi, mentre si preparano a tornare con Reality Awaits e a rimettersi in strada con un nuovo tour, quella loro attitudine sembra più viva che mai. Troppo eleganti per essere completamente punk, troppo disillusi per fare le rockstar classiche, troppo lucidi per limitarsi a fare da colonna sonora senza dire nulla. 

Durante il secondo weekend del festival californiano, mentre attaccavano Oblivius (2016), il palco si è trasformato in un archivio vivente della storia sporca della politica estera americana. Sugli schermi LED: un montaggio di leader mondiali assassinati, deposti o “spariti”,  figure il cui destino è stato, in diversi casi, collegato direttamente o indirettamente alla CIA.

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E mentre Julian Casablancas cantava “What side you standing on?”, la domanda smetteva di essere retorica. Diventava personale.

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Patrice Lumumba, Árbenz, Torres: i fantasmi che tornano sul palco

Non era un montaggio generico. Era chirurgico.

Tra i volti mostrati c’era Patrice Lumumba, primo premier democraticamente eletto del Congo, ucciso nel 1961. La sua morte fu eseguita da forze congolesi con il supporto belga, ma in un contesto dove anche la CIA aveva pianificato la sua eliminazione, temendo la perdita del controllo occidentale sulle risorse minerarie del paese. Decenni dopo, il Belgio ha ammesso una “responsabilità morale”.

Poi Jacobo Árbenz, presidente del Guatemala rovesciato nel 1954 da un’operazione orchestrata dalla CIA, uno dei casi più documentati di intervento diretto nella politica latinoamericana.

E ancora Juan José Torres, leader boliviano deposto nel 1971 e assassinato cinque anni dopo, nel contesto delle dittature sudamericane sostenute dagli Stati Uniti durante la Guerra Fredda.

Non teoria del complotto. Storia.

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Dal deserto al dossier

Il punto non è solo cosa hanno mostrato. È dove lo hanno fatto.

Coachella è l’epicentro della cultura pop globalizzata: un luogo dove tutto viene filtrato, estetizzato, reso vendibile. Anche la ribellione. Anche il dissenso. È il posto dove la protesta spesso diventa outfit.

Eppure, per qualche minuto, i Strokes hanno sabotato la macchina.

Niente slogan facili, niente bandiere. Solo immagini, storia, e una domanda che brucia: da che parte stai?

È un gesto che li riallaccia a una tradizione dimenticata, quella del rock che disturba. Non quello che consola, ma quello che incrina. La stessa linea che passa per Rage Against the Machine, Bob Dylan, Neil Young. Artisti che non chiedevano il permesso per dire cose scomode.

Negli ultimi anni, quella voce si era affievolita. Troppo rischio. Troppo facile essere cancellati, fraintesi, trasformati in meme. Meglio restare neutrali, universali, innocui.

I Strokes hanno fatto l’opposto.

Il pubblico del Coachella diviso

C’è chi ha applaudito. Chi è rimasto in silenzio. Chi probabilmente non ha riconosciuto quei volti. E chi ha continuato a filmare, trasformando tutto in contenuto.

Ma la reazione non è il vero indicatore del successo.

Il vero effetto è più lento, più sottile: il dubbio. Quella sensazione che qualcosa non torna. Che la storia raccontata non è completa. Che dietro certe parole -democrazia, intervento, sicurezza – ci siano significati più ambigui.

E in un’epoca in cui tutto viene digerito in tempo reale, creare attrito è un atto radicale.

Non cambierà il mondo, ma conta dove lo dici

Quello che i The Strokes hanno fatto a Coachella non sposterà gli equilibri geopolitici né riscriverà la storia della politica estera americana. Non è quello il punto.

Il punto è il contesto.

Parliamo di un festival che negli anni è diventato sinonimo di brand partnership, estetica filtrata e contenuti virali più che di musica o, tantomeno, di presa di posizione politica. In quel tipo di ambiente, dove tutto tende a essere neutro per non disturbare nessuno, infilare un montaggio sulla Central Intelligence Agency, colpi di stato e leader come Patrice Lumumba o Jacobo Árbenz non è una mossa scontata.

Si può discutere quanto sia efficace, quanto sia approfondita o quanto rischi di essere semplificata in pochi minuti di show. Ma resta il fatto che, su quel palco e davanti a quel pubblico, qualcuno ha deciso di non restare neutrale. E oggi, in contesti del genere, non è la norma.

A questo punto, però, la domanda si sposta inevitabilmente in avanti. Con un nuovo album in arrivo (Reality Awaits) e un tour alle porte, è lecito chiedersi se quello visto a Coachella fosse un episodio isolato o l’inizio di qualcosa di più strutturato. Dobbiamo aspettarci altri momenti del genere? Altri montaggi, altri messaggi infilati tra una canzone e l’altra?

E soprattutto: quel titolo, Reality Awaits, suona sempre meno come un semplice nome e sempre più come una dichiarazione di intenti. Un invito, o forse un avvertimento, a smettere di filtrare tutto, a guardare in faccia quello che sta succedendo fuori dal perimetro rassicurante dello show.

Non è rivoluzione.
Ma è qualcosa che vale la pena tenere d’occhio, soprattutto se questo è solo l’inizio.

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Susanna Staiano
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The Strokes choc a Coachella: il messaggio nascosto
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