Il rullante è il punto di equilibrio dell’intera batteria, definisce il carattere del set molto più di quanto facciano tom e cassa. Non è un caso che, cambiando rullante, una batteria possa sembrare immediatamente diversa anche a parità di tutto il resto. In questa guida impareremo a conoscere meglio questo tamburo, imparandone i materiali, processi produttivi e come tutto questo influisca sul suono.
Cos’è il tamburo rullante e perché è unico
Il rullante non nasce come strumento “da batteria”. Le sue origini risalgono ai tamburi militari europei, il suo suono potente e riconoscibile rendeva il segnale ritmico più chiaro durante le marce.

Il passaggio verso l’uso musicale avviene tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando questi tamburi iniziano a essere impiegati nei contesti orchestrali e nelle prime formazioni jazz. È proprio in quel momento che il rullante smette di essere solo uno strumento di segnalazione e diventa il punto di riferimento ritmico e dinamico del set. Da allora, la sua funzione non è cambiata: scandire il tempo, articolare il groove e dare identità al linguaggio del batterista, indipendentemente dal genere musicale.
Il rullante deve il suo suono inconfondibile alla sua cordiera metallica. È questo elemento, più di qualsiasi altro, a renderlo immediatamente riconoscibile e ad amplificarne la sensibilità: ogni colpo sulla pelle battente mette in moto un equilibrio delicato tra pelle risonante, fusto e cordiera. Se questo equilibrio è ben progettato, il rullante risulta reattivo, controllabile e musicale. Quando invece uno di questi elementi è trascurato, emergono problemi comuni: ronzio eccessivo, risposta irregolare, difficoltà di accordatura.
Anatomia del rullante
Il fusto è il cuore strutturale del rullante. La sua funzione non è solo “unire” le pelli, ma gestire il modo in cui le vibrazioni vengono trasmesse e controllate. Materiale, spessore e rigidità determinano quanto il rullante sarà sensibile, il suo volume ed ovviamente il timbro.
I bearing edge hanno un ruolo spesso sottovalutato: determinano il punto di contatto tra la pelle ed il tamburo, influenzando drasticamente la risposta del tamburo a seconda di come vengono disegnati. In linea generale, dei bearing edge con un angolo è stretto, danno al tamburo una risposta rapida ed asciutta; al contrario, con dei bearing edge più tondeggianti, il suono è più caldo ed omogeneo.
Lo snare bed è una leggera “incavatura” che si trova nella parte posteriore del tamburo. è un vero e proprio letto per la cordiera che assicura un contatto uniforme con la pelle risonante, evitando tensioni eccessive ed irregolari. Di conseguenza con uno snare bed più stretto sarà difficile far suonare bene cordiere grosse (32 fili o più).
I cerchi contribuiscono in modo diretto alla sensazione sotto le bacchette e al comportamento del rimshot. Cerchi più leggeri (i calssici tripla flangia, o i leggendari gretsch “stick chopper”) generano una pressione minore sulla pelle e di conseguenza il rullante avrà un suono più aperto; cerchi più massicci (come gli usatissimi cerchi die-cast) tendono invece a rendere il suono più focalizzato e controllato.
La cordiera, infine, non è un accessorio ma un componente strutturale. Numero di fili, materiale e tensione incidono su articolazione, definizione e controllo delle armoniche. La qualità della meccanica di regolazione fa la differenza tra uno strumento stabile e uno che richiede continui compromessi.
Le pelli svolgono ruoli distinti. Da batteristi sappiamo benissimo che le pelli hanno un impatto drastico sul timbro dello strumento, ma sul rullante queste differenze sono ancora più marcate: basti pensare che le pelli risonanti sono pelli molto sottili (molto più sottili di una diplomat o una ambassador), proprio per garantire la massima sensibilità della cordiera.
Se un giorno dovreste cambiare la pelle risonante del rullante, ricordatevi di questo dettaglio: una pelle sbagliata rovinerebbe il suono anche del rullante più costoso!
Il numero di tiranti influisce più sulla stabilità che sul “suono” in senso stretto. Una maggiore quantità di tiranti consente una distribuzione della tensione più uniforme, rendendo il rullante più prevedibile e più facile da mantenere accordato, soprattutto a tensioni elevate.
In questo caso è doveroso precisare che non esiste una scelta giusta in assoluto, basti pensare alla filosofia dei rullanti Gretsch che spesso montano solo 8 tiranti, o allo storico Ludwig acrolite. Il numero ridotto di tiranti garantisce un suono più naturale e aperto del tamburo, ma richiedono maggiore attenzione in fase di accordatura.
Materiali del fusto: i legni
I rullanti in legno sono scelti per la loro complessità timbrica, usati generalmente in contesti dove non è richiesta una grande proiezione sonora.
In questo caso il tipo di legno influirà sul timbro e la sensibilità dello strumento: legni poco densi saranno più sensibili e con un suono più acuto, legni più densi invece tenderanno a dare un suono più caldo e controllato.
Tra i legni più usati, l’acero rappresenta un equilibrio classico: risposta uniforme, buona proiezione e facilità di inserimento in molti contesti.
La betulla invece privilegia attacco e definizione, risultando più presente e controllata.
Il mogano, palissandro ed altri legni esotici spostano il baricentro verso le frequenze medio-basse, con un suono più scuro e meno aggressivo.
Non dobbiamo sottovalutare il tipo di costruzione: I rullanti in legno massello (come gli italianissimi Drum Art), sono rinomati per avere una sensibilità ed un’articolazione fuori dal comune grazie al fusto scavato da un unico pezzo di legno, e non da una serie di tavole incollate tra loro.
Materiali del fusto: i metalli
I rullanti in metallo sono apprezzati per attacco, e chiarezza, sono quindi un must in tutti quei contesti dove la pressione sonora conta.
Generalmente i rullanti in acciaio hanno un suono molto brillante e ricco di armoniche, l’alluminio invece risulta essere molto più asciutto, al contrario dell’ottone che è molto più corposo e risonante.

In generale, i rullanti metallici sono molto più sensibili e sonori rispetto a quelli in legno, qualità che li rende particolarmente efficaci dal vivo.
Nella musica pop/rock spesso i rullanti in metallo sono i più gettonati, basti pensare agli iconici Ludwig Supraphonic, Ludwig Black Beauty ed il Tama Bell Brass, presenti nel 90% della discografia pop, rock e metal degli ultimi decenni.
Lavorazioni del fusto e impatto sul suono
Anche nei rullanti in metallo la lavorazione del fusto è spesso ciò che distingue due rullanti simili sulla carta. Generalmente i fusti in metallo possono essere saldati o seamless, cioè formati da un pezzo unico fuso in uno stampo pre esistente. Nel primo caso, la saldatura genera un punto di discontinuità nel fusto, fermando le vibrazioni e dando al tamburo un suono più controllato, mantenendo comunque grande volume e sensibilità.
La martellatura, invece, rompe la regolarità del metallo e contribuisce a domare armoniche troppo invadenti, rendendo il suono più complesso e gestibile. Anche lo spessore gioca un ruolo chiave: fusti sottili e leggeri favoriscono sensibilità e apertura, quelli più spessi aumentano volume e focalizzazione.
Dimensioni e risposta acustica
Il diametro influisce sulla superficie vibrante e sulla percezione del colpo. Il formato da 14″ resta uno standard perché bilancia potenza e controllo, ma non è l’unica opzione sensata.
La profondità incide su corpo e sustain: rullanti più profondi tendono a essere più presenti sulle basse frequenze, pensate ad i classici rullanti “panettone” presenti in tutte le ballad moderne o i rullantoni degli anni 80. Rullanti meno profondi, generalmente chiamati rullanti “piccolo”, hanno un suono più centrato e secco. Non a caso sono utilizzati nella musica funk, jungle music o Drum n’ Bass dove avere suoni asciutti ed articolati è un must.
Conclusione
Il tamburo rullante non è un oggetto semplice né riducibile a una sola caratteristica. È un insieme di scelte costruttive che interagiscono tra loro e determinano risposta, suono e timbro. Capire come funziona davvero significa scegliere con maggiore consapevolezza e, soprattutto, sfruttare meglio lo strumento che si ha già.
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