Un assolo può essere studiato per settimane, costruito nota dopo nota, corretto fino a trovare la versione definitiva. Oppure può succedere tutto in pochi minuti: entri in studio, ascolti il pezzo, suoni quello che ti viene in mente e ti accorgi di aver appena trovato qualcosa di speciale.
Poi qualcuno ti dice che il registratore non era acceso.
È più o meno quello che accadde a Elliott Randall durante le sessioni di “Reelin’ in the Years” degli Steely Dan, uno degli assoli di chitarra più celebrati del rock. Una storia che il chitarrista raccontò nel 2003 in un’intervista rimasta fino a oggi negli archivi e ora recuperata e pubblicata da Guitar World.
E il nastro mancato è solo una parte della storia.
Elliott Randall e gli Steely Dan prima degli Steely Dan
Il rapporto tra Randall, Donald Fagen e Walter Becker era iniziato molto prima di Can’t Buy a Thrill.
Randall aveva conosciuto Becker e Fagen quando i due lavoravano come musicisti nella backing band di Jay and the Americans. In seguito avrebbe suonato anche in alcuni dei loro primi demo, quando stavano ancora cercando di ottenere un contratto discografico a New York.
Quando Becker e Fagen si trasferirono in California nel 1972, Randall fece in parte lo stesso percorso. A quel punto gli proposero persino di entrare stabilmente negli Steely Dan.
Lui rifiutò.
Non perché non volesse lavorare con loro: preferiva semplicemente rimanere indipendente. La sua proposta fu sostanzialmente quella di continuare a incidere dischi insieme senza diventare un membro fisso della band.
Una decisione curiosa, considerando quello che sarebbe successo poco dopo.
Il giorno in cui nessuno premette REC
Durante la lavorazione di Can’t Buy a Thrill, Becker e Fagen chiamarono Randall per suonare su “Kings” e “Reelin’ in the Years”.
Per quest’ultima, Randall non arrivò in studio con un assolo già preparato. Ha raccontato più volte di non essere un chitarrista abituato a pianificare in anticipo i propri soli: l’improvvisazione, per lui, è parte fondamentale del processo.
Ascoltò il brano un paio di volte e chiese di far partire il nastro.
Suonò l’assolo dall’inizio alla fine.
Solo dopo scoprirono il problema: l’operatore non aveva attivato la registrazione.
Quella prima performance andò persa.
Randall dovette rifarla. Ed è la seconda esecuzione quella che sarebbe finita sul disco.
L’incidente ebbe però una conseguenza concreta sulle successive sessioni degli Steely Dan: il produttore Gary Katz adottò la regola di registrare praticamente ogni volta che un musicista iniziava a suonare. Una prova, un’improvvisazione o una semplice idea poteva trasformarsi nella take giusta, e nessuno voleva correre nuovamente il rischio di perderla.
L’assolo che conosciamo nacque praticamente al primo tentativo
La storia diventa ancora più interessante se si considera quanto poco venne costruito artificialmente.
Randall ha spiegato in altre interviste che la parte di chitarra che ascoltiamo sul disco – intro, risposte vocali, solo centrale e finale – venne eseguita come un’unica performance continua.
Niente assolo assemblato mettendo insieme decine di take.
Niente fraseggio scritto in anticipo.
Una volta persa la primissima esecuzione, quella registrata arrivò praticamente immediatamente.
Ed è rimasta lì per più di cinquant’anni.
Una Stratocaster che non suonava più come una Stratocaster
Anche lo strumento utilizzato racconta qualcosa del suono di Randall.
Per Reelin’ in the Years utilizzò la sua Fender Stratocaster del 1963, acquistata usata nel 1965 per 175 dollari.
Ma chiamarla semplicemente Stratocaster è riduttivo.
Il manico originale si era rotto durante un viaggio verso un concerto e Randall lo aveva sostituito con un manico del 1965. Soprattutto, nel 1969 aveva fatto installare al manico un humbucker Gibson PAF.
L’idea gli era venuta dopo aver ascoltato una Telecaster modificata con due humbucker appartenente al chitarrista canadese Domenic Troiano. Randall rimase impressionato da quel suono e fece modificare anche la propria Fender.
Il risultato, secondo lui, era diventato molto più grande e caldo, quasi l’opposto del caratteristico timbro brillante di una Stratocaster tradizionale.
Ed è proprio quella chitarra modificata che avrebbe utilizzato per “Reelin’ in the Years”.
Stratocaster, Ampeg SVT e praticamente nient’altro
Il resto della catena era sorprendentemente semplice.
Randall collegò la Stratocaster direttamente a un Ampeg SVT, amplificatore che peraltro non avrebbe normalmente scelto per quella registrazione: era semplicemente quello disponibile in studio quella sera.
In precedenti ricostruzioni della sessione Randall ha indicato anche un AKG C414 come microfono utilizzato per riprendere l’amplificatore.
Niente pedalboard gigantesca o catena di effetti particolarmente elaborata.
Stratocaster modificata → Ampeg SVT → microfono.
Gran parte di ciò che rende riconoscibile quella chitarra arrivava quindi direttamente dalle mani del musicista e dal modo in cui Randall reagì al brano.
E Jimmy Page lo adorava
Il peso assunto negli anni da quell’assolo è ancora più evidente considerando uno dei suoi estimatori più celebri.
Jimmy Page lo ha indicato come uno dei suoi assoli preferiti, mentre Guitar World lo ha inserito in passato nella propria classifica dei più grandi guitar solo di sempre.
Una consacrazione particolare per una parte che Randall non aveva scritto, non aveva provato ossessivamente e che, nella sua prima incarnazione, era stata addirittura cancellata dalla storia prima ancora di poter essere riascoltata.
Becker e Fagen erano davvero così difficili?
L’intervista recuperata da Guitar World offre anche un’altra prospettiva interessante: quella sul leggendario perfezionismo di Donald Fagen e Walter Becker.
Gli Steely Dan sono diventati sinonimo di sessioni estremamente meticolose, musicisti sostituiti, take ripetute e una ricerca quasi maniacale della performance giusta.
Randall, però, non li descrive come persone difficili con cui lavorare.
Al contrario, racconta che tra loro esisteva una particolare sintonia. Li considerava estremamente meticolosi, certamente, ma anche musicisti con cui condivideva una certa dose di eccentricità.
Era probabilmente proprio questa familiarità a permettergli di entrare in studio senza bisogno di lunghe indicazioni.
Becker e Fagen conoscevano Randall. Randall conosceva loro.
E quando serviva una chitarra capace di trovare qualcosa che ancora mancava al pezzo, bastava premere REC.
Purché, naturalmente, qualcuno si ricordasse davvero di farlo.
Anche Kings raccontava qualcosa di Randall
Nelle stesse sessioni Randall suonò anche in Kings, e il suo assolo lì prese una direzione completamente diversa.
Lo descrive come volutamente dissonante, imprevedibile, quasi fuori controllo. Dietro quella performance c’era anche un momento personale difficile: Randall stava attraversando la fine del proprio matrimonio.
La chitarra diventò così un modo per trasferire nel brano quello stato mentale.
È un dettaglio che rende ancora più interessante il suo contributo a Can’t Buy a Thrill: due assoli registrati nello stesso periodo mostrano due facce completamente differenti dello stesso musicista.
Uno sarebbe diventato uno dei guitar solo più riconoscibili della storia degli Steely Dan.
L’altro conservava qualcosa di molto più personale.
E forse la storia della take perduta di Reelin’ in the Years dice qualcosa che oggi, nell’epoca dell’editing infinito e delle possibilità praticamente illimitate offerte dallo studio digitale, rischiamo di dimenticare: a volte la parte migliore non nasce quando finalmente tutto è perfetto. Nasce quando il musicista non sa ancora che quella è la take che tutti ricorderanno.
Nel caso di Elliott Randall, è successo addirittura due volte.
La prima, purtroppo, nessuno la sentirà m