Trentatré anni dopo l’ultima volta, Ritchie Blackmore ha imbracciato di nuovo una Stratocaster accanto ai Deep Purple. È successo sul palco del Jones Beach Theater di Wantagh, New York, dove il chitarrista 81enne è comparso durante l’encore della band per suonare, inevitabilmente, Smoke on the Water.
Blackmore non saliva sul palco con i Deep Purple dal 1993. E forse il dettaglio più sorprendente è che questa reunion non nasce da una grande operazione celebrativa preparata per mesi. È stato lo stesso chitarrista, che vive poco distante da Jones Beach, a contattare Ian Gillan proponendogli di raggiungere la band per un brano, semplicemente “for old time’s sake”.
Per prepararsi ha persino rimesso mano alla sua Stratocaster, raccontando di averne cambiato le corde per la prima volta in oltre 25 anni. Poi è salito sul palco accanto all’attuale chitarrista Simon McBride e ha suonato quel riff che da più di mezzo secolo continua a essere uno dei primi che migliaia di aspiranti chitarristi imparano.
Ma proprio adesso che Smoke on the Water è tornata inevitabilmente al centro dell’attenzione, vale la pena fare l’operazione opposta.
Togliere dalla stanza il riff più famoso di Blackmore e ascoltare tutto il resto.
Perché la sua influenza sulla chitarra rock passa dal blues alla musica classica, dall’improvvisazione allo shred prima ancora che lo shred avesse un nome. E bastano cinque brani – nessuno dei quali è Smoke on the Water – per capire perché il suo modo di suonare continui a sembrare difficile da replicare.
Space Truckin: quando poche note diventano gigantesche
La versione di Space Truckin contenuta in Made in Japan è uno dei punti migliori da cui partire.
Il riff non cerca la complessità. Blackmore costruisce invece la propria forza attraverso il ritmo, modificando accenti e dinamiche mentre Roger Glover al basso e Jon Lord all’Hammond trasformano quelle poche note in qualcosa di enorme.
È uno degli aspetti più riconoscibili del suo stile: Blackmore può essere un virtuoso, ma non sente continuamente il bisogno di dimostrarlo.
In Made in Japan, registrato durante i concerti giapponesi del 1972, questa caratteristica emerge ancora meglio. I Deep Purple possono allungare i brani, deviare dalla struttura originale e trasformare un riff in terreno per l’improvvisazione senza perdere mai completamente il controllo.
Lazy: prima del metal c’era il blues
Prima delle scale neoclassiche, prima dei Rainbow e prima di diventare uno dei riferimenti per generazioni di chitarristi heavy metal, il linguaggio di Blackmore parte dal blues.
Lazy lo mostra perfettamente.
Il dialogo con Jon Lord diventa quasi una competizione. L’Hammond occupa lo stesso spazio sonoro della chitarra e Blackmore risponde attraverso un fraseggio che alterna accelerazioni, pause e improvvise esplosioni.
Non è ancora il Blackmore che negli anni successivi contribuirà a spalancare la porta al metal neoclassico. Ma se ne intravede già il principio fondamentale: prendere un linguaggio conosciuto e spingerlo in una direzione diversa.
Gates of Babylon: il blues non basta più
Con i Rainbow, quella direzione diventa molto più evidente.
In Gates of Babylon Blackmore si allontana dalla sicurezza della pentatonica blues e utilizza sonorità dal carattere orientaleggiante, inserendole dentro un hard rock molto più oscuro e teatrale.
È uno dei momenti in cui si comprende quanto il suo interesse per la musica classica avrebbe influenzato ciò che sarebbe arrivato dopo.
L’incontro con la voce di Ronnie James Dio completa il quadro. Se nei Deep Purple Blackmore aveva trovato in Jon Lord il proprio grande interlocutore strumentale, nei Rainbow la chitarra trova nella voce di Dio qualcosa contro cui misurarsi.
Il risultato anticipa un linguaggio che diventerà familiare nel metal degli anni Ottanta: virtuosismo, scale classiche, atmosfere epiche e una chitarra che non rinuncia mai all’aggressività del rock.
Man on the Silver Mountain: sapere quando non suonare
Blackmore, però, non è mai diventato soltanto un virtuoso.
Man on the Silver Mountain dimostra quanto il suo stile dipenda anche dallo spazio lasciato intorno alle note.
Il riff ha peso proprio perché non viene soffocato. Blackmore interviene, lascia spazio alla voce di Dio e permette alla struttura principale di ritornare ogni volta con maggiore forza.
Dal vivo questa elasticità diventa ancora più evidente. Le canzoni possono dilatarsi, cambiare velocità e diventare terreno di improvvisazione.
È una lezione apparentemente semplice che molti chitarristi tecnicamente impeccabili hanno impiegato anni a comprendere: suonare meno può far sembrare una chitarra molto più grande.
Kill the King: lo shred prima dello shred
Poi arriva Kill the King.
Ascoltato oggi, è facile riconoscere elementi che negli anni Ottanta sarebbero diventati parte del vocabolario dello shred e del metal neoclassico: picking rapidissimo, arpeggi, scale lanciate ad alta velocità e un’aggressività ritmica quasi incessante.
Ma Blackmore conserva qualcosa che molti dei suoi successori renderanno progressivamente più pulito: l’imperfezione controllata.
Le note sembrano quasi aggredite. La tecnica è enorme, ma non viene mai separata dalla violenza della canzone.
È probabilmente questo uno dei motivi per cui il suo modo di suonare continua a essere immediatamente riconoscibile anche dopo decenni di chitarristi tecnicamente più veloci.
Blackmore non stava cercando di inventare una disciplina.
Stava cercando di far funzionare una canzone.
Trentatré anni dopo, basta ancora una Stratocaster
Il ritorno con i Deep Purple è durato appena un brano. E naturalmente quel brano non poteva che essere Smoke on the Water.
Ma sarebbe quasi ironico utilizzare proprio quella canzone come unica misura della grandezza di Ritchie Blackmore.
Dietro quattro delle note più famose della storia del rock c’è il chitarrista di Lazy, Space Truckin’, Gates of Babylon, Man on the Silver Mountain e Kill the King. Un musicista che ha attraversato blues, hard rock e musica classica contribuendo a creare un linguaggio che altri avrebbero trasformato in heavy metal e shred.
A 81 anni gli è bastato tornare sul palco, collegare ancora una volta la Stratocaster e suonare quel riff.
Per ricordarci perché lo conoscono tutti. Gli altri cinque brani servono a ricordarci perché Ritchie Blackmore è diventato Ritchie Blackmore.