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A Pàvana il tempo non è mai trascorso come altrove.
È rimasto impigliato nei muri delle case, nei boschi dell’Appennino, nelle parole pronunciate dagli anziani davanti a un bicchiere di vino. Francesco Guccini aveva imparato ad ascoltarlo proprio lì, quando era ancora un bambino e il mondo intorno a lui aveva il rumore della guerra.

Oggi, 6 agosto 2026, quel tempo sembra essersi fermato.

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Francesco Guccini è morto a 86 anni nella sua Pàvana, circondato dalla moglie Raffaella, dalla figlia Teresa e dai suoi familiari. I funerali si svolgeranno in forma privata, mentre per settembre è prevista una cerimonia pubblica che permetterà a chi lo ha amato di salutarlo.

La notizia lascia una sensazione difficile da spiegare. Non è soltanto il dolore per la scomparsa di un grande cantautore. È come se fosse venuta meno una delle voci con cui l’Italia aveva imparato a raccontarsi: la voce ruvida e profonda di un uomo che sapeva parlare della storia senza dimenticare le persone, della politica senza trasformarla in propaganda, dell’amore senza renderlo innocuo.

Guccini ha scritto canzoni che non avevano paura di essere lunghe, scomode, piene di nomi, di libri, di dubbi e di ricordi. Canzoni che chiedevano tempo a chi le ascoltava.

E in cambio restituivano una vita intera.

Prima delle canzoni vennero la guerra e Pàvana

Francesco Guccini nacque a Modena il 14 giugno 1940, appena quattro giorni dopo l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. Il padre Ferruccio fu richiamato alle armi e Francesco trascorse l’infanzia con la madre e i nonni paterni a Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano. Dopo l’8 settembre, il padre venne internato in Germania per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana.

La guerra, quindi, non fu per lui una pagina letta nei libri. Fu un’assenza in famiglia, un’infanzia vissuta in un mondo arcaico, fatto di povertà, racconti orali, mulini, castagni e parole dialettali.

Pàvana sarebbe rimasta per tutta la vita il luogo delle sue radici, ma non nel senso rassicurante che spesso attribuiamo alla parola “casa”. Le radici, per Guccini, non servivano a restare immobili. Servivano a capire da dove arrivavamo e che cosa avevamo perduto lungo la strada.

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Anni dopo avrebbe trasformato quella memoria nel cuore di uno dei suoi dischi più importanti, Radici, pubblicato nel 1972. Non un esercizio nostalgico, ma un confronto con il passato: la famiglia, la provincia, le generazioni scomparse e il progresso che avanza lasciandosi dietro interi mondi.

Dentro quel disco c’erano Il vecchio e il bambino, Incontro, Piccola città e La locomotiva. Quattro modi diversi di parlare del tempo: quello che distrugge, quello che allontana, quello che cambia le città e quello che continua a spingere gli uomini verso un futuro immaginato migliore.

Il ragazzo di Modena che non si sentiva ancora un cantautore

Dopo la guerra, Guccini tornò a Modena. Fu una città amata e respinta, il luogo dell’adolescenza, delle prime amicizie, delle sale da ballo e della sensazione di vivere in una provincia troppo stretta per contenere tutti i sogni.

Prima di diventare “il Maestrone”, suonò nei gruppi da ballo. Nel 1961 si trasferì a Bologna e si unì ai Marinos, poi diventati I Gatti. La musica non era ancora una missione: era un lavoro, una scoperta, un modo per attraversare le notti. Dopo il servizio militare tornò all’università, rinunciando perfino alla possibilità di entrare stabilmente nell’Equipe 84.

Per molti anni condusse una vita apparentemente ordinaria. Dal 1965 al 1985 insegnò lingua italiana agli studenti americani del Dickinson College di Bologna. Nel frattempo scriveva pubblicità, collaborava con amici disegnatori e inventava storie. Con Bonvi realizzò anche i primi episodi delle Storie dello spazio profondo, dimostrando che il suo immaginario non sarebbe mai rimasto confinato nella canzone.

Prima di diventare famoso con la propria voce, Guccini scrisse per gli altri.

L’Equipe 84 interpretò brani come Auschwitz e L’antisociale. I Nomadi portarono al pubblico Noi non ci saremo, Per fare un uomo e soprattutto Dio è morto. Caterina Caselli fu un’altra delle interpreti che contribuirono a far circolare le sue parole quando il suo nome era ancora poco conosciuto.

Il debutto da interprete arrivò nel 1967 con Folk Beat n. 1. Sulla copertina compariva soltanto il nome Francesco, senza il cognome. Come se Guccini non fosse ancora del tutto convinto di voler diventare Guccini.

Eppure in quel disco erano già presenti quasi tutti i suoi temi: la guerra, la paura del futuro, la solitudine, il giudizio sulla società e la compassione per chi viene travolto dalla storia.

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Dio è morto e il paradosso della censura

Quando Dio è morto uscì nella versione dei Nomadi, il titolo provocò immediatamente scandalo.

La Rai decise di non trasmetterla, interpretandola come una canzone blasfema. Radio Vaticana, invece, ne comprese il significato: non era una dichiarazione contro la fede, ma la denuncia di un mondo che aveva smarrito i propri valori e la speranza che qualcosa potesse ancora rinascere.

Il paradosso è diventato uno degli aneddoti più celebri della carriera di Guccini. Descrive bene la sua scrittura: titoli capaci di provocare, parole che rifiutavano le letture superficiali e una tensione morale molto più complessa di qualsiasi slogan.

Guccini non era interessato allo scandalo in sé. Gli interessava costringere chi ascoltava a interrogarsi. Non chiedeva di essere d’accordo con lui. Chiedeva di non smettere di pensare.

La locomotiva che attraversò le generazioni

Nel 1972 Guccini prese una vicenda accaduta alla fine dell’Ottocento e la trasformò in una delle narrazioni più potenti della musica italiana.

Il protagonista di La locomotiva è Pietro Rigosi, ferroviere anarchico che nel 1893 lanciò una locomotiva senza vagoni lungo i binari della linea Bologna-Porretta con l’intenzione di farla schiantare contro un treno di lusso. L’azione fallì e Rigosi sopravvisse gravemente ferito.

Guccini non raccontò quella storia come un cronista. La trasformò in una ballata epica sul desiderio di ribellione, sull’ingiustizia e sulla disperata convinzione che un uomo possa lanciarsi contro il corso della storia.

La canzone superava i sette minuti, non aveva una struttura radiofonica rassicurante e procedeva come un racconto orale. Eppure divenne uno dei suoi brani più amati, spesso posto alla fine dei concerti, quando il pubblico smetteva di essere una somma di individui e diventava un’unica voce.

Non era necessario condividere ogni idea politica di Guccini per sentire la potenza di quella locomotiva. Bastava riconoscere, dietro il gesto estremo del protagonista, l’eterno desiderio umano di non accettare il mondo così com’è.

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La recensione che diventò L’avvelenata

Nel 1974 Guccini pubblicò Stanze di vita quotidiana, un album più intimo e complesso rispetto ai precedenti. Il critico Riccardo Bertoncelli lo stroncò duramente, accusandolo di ripetitività e debolezza artistica.

Guccini rimase ferito. Ma invece di affidare la risposta a un comunicato o a un’intervista, fece ciò che aveva sempre fatto nei momenti decisivi: trasformò il disagio in una canzone.

Nacque così L’avvelenata, pubblicata nel 1976 all’interno di Via Paolo Fabbri 43. Era una risposta feroce alla critica, all’industria musicale e a chi pretendeva di spiegargli perché e per chi dovesse scrivere. Guccini stesso avrebbe poi riconosciuto il riferimento diretto a Bertoncelli.

Ma sarebbe riduttivo considerarla soltanto una vendetta.

L’avvelenata è la confessione di un uomo che non ha mai saputo separare completamente l’artista dalla persona. Dentro c’erano la rabbia di essere giudicato, l’imbarazzo davanti alla celebrità e il rifiuto di trasformare la propria vita in una posa.

Negli anni è diventata un inno alla libertà artistica. Migliaia di persone l’hanno cantata come se raccontasse anche il loro bisogno di non essere definiti dagli altri.

Guccini aveva scritto una risposta personale. Il pubblico ne fece una liberazione collettiva.

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Via Paolo Fabbri 43, dove la vita entrava nelle canzoni

L’indirizzo che diede il titolo al disco del 1976 era quello della casa bolognese in cui Guccini aveva vissuto.

Nella canzone Via Paolo Fabbri 43, gli oggetti della quotidianità convivevano con Borges, Omar Khayyam, Barthes e i personaggi della canzone italiana. Guccini raccontò che nel brano aveva inserito riferimenti alla propria vita e citazioni letterarie, arrivando a scherzare sul fatto di essere stato il primo cantante a nominare Roland Barthes in una canzone.

Era questo uno dei suoi talenti più rari: riuscire a far stare nello stesso verso una bottiglia sul tavolo e secoli di letteratura, un’amicizia interrotta e una riflessione filosofica, un’autostrada e il senso dell’esistenza.

La cultura, nelle sue canzoni, non diventava mai esibizione. Era una cosa vissuta, mescolata alle osterie, alle sigarette, agli amori finiti e alle notti passate a discutere.

Per questo lo chiamavano il Maestrone. Non soltanto perché aveva insegnato davvero, ma perché sembrava conoscere il peso delle parole senza usarle per guardare gli altri dall’alto.

L’amica perduta e la canzone che apriva i concerti

Tra le sue composizioni più dolorose c’è Canzone per un’amica, inizialmente intitolata In morte di S.F.

Guccini la scrisse dopo la morte di Silvana Fontana, una sua amica scomparsa in un incidente stradale. Il brano non cerca di rendere la morte più accettabile. Racconta piuttosto la brutalità con cui una persona può scomparire mentre il resto del mondo continua a muoversi.

Per anni Guccini scelse di aprire i concerti proprio con questa canzone.

Era una decisione singolare. Solitamente un concerto comincia con un brano capace di accendere immediatamente il pubblico. Lui iniziava ricordando un’amica morta, quasi a stabilire che prima dello spettacolo veniva la memoria.

Prima del cantautore veniva l’uomo.

E prima dell’applauso veniva il silenzio dovuto a chi non c’era più.

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Le donne, gli incontri e ciò che il tempo porta via

Guccini ha scritto alcune delle più belle canzoni italiane sul tempo che passa.

In Incontro, il ritorno di una donna appartenuta al passato diventa la misura di tutto ciò che la vita ha cambiato. In Autogrill, un incontro quasi insignificante con una ragazza dietro un bancone si carica della malinconia delle occasioni mancate. In Vorrei, l’amore maturo non è un incendio improvviso, ma il desiderio di conoscere perfino i gesti più piccoli dell’altra persona.

Le donne delle sue canzoni non sono quasi mai figure astratte. Portano nomi, abitudini, esitazioni e distanze. Entrano ed escono dalla vita lasciando dietro di sé domande che non trovano una risposta definitiva.

Guccini sapeva che l’amore non è fatto soltanto di ciò che accade. È fatto anche di ciò che avrebbe potuto accadere, delle parole non pronunciate, delle strade percorse in direzioni diverse.

La sua malinconia non era mai decorativa. Aveva il peso concreto delle fotografie ritrovate, delle città cambiate e degli amici che non riconosciamo più.

Un artista lontano dalla televisione

Pur essendo diventato una delle figure centrali della cultura italiana, Guccini mantenne sempre un rapporto distante con la celebrità.

Preferiva il contatto diretto dei concerti alla televisione, mezzo dal quale rimase generalmente lontano. Non cercava di diventare rassicurante, elegante o facilmente spendibile. Saliva sul palco con la barba, gli occhiali, una chitarra e spesso un bicchiere accanto.

Tra una canzone e l’altra raccontava storie, prendeva in giro se stesso, scherzava con il pubblico. I concerti potevano sembrare lunghissime conversazioni interrotte dalla musica.

Non costruì mai un’immagine da star. La sua autorevolezza derivava proprio dal fatto che non sembrava cercarla.

Continuò a frequentare le osterie, a parlare in dialetto, a vivere tra Bologna e Pàvana e a coltivare passioni lontane dall’industria discografica: la storia locale, la lingua, i fumetti, la narrativa e il mondo dell’Appennino.

Quando smise di cantare, continuarono le storie

Nel 2012 pubblicò L’ultima Thule, il suo ultimo album di brani inediti. Il disco venne registrato al Mulino di Chicon, a Pàvana, quasi a chiudere il cerchio nel luogo da cui tutto era iniziato. Dopo quell’esperienza annunciò di non voler più incidere nuovi album né tenere concerti, dedicandosi soprattutto alla scrittura.

Non fu, però, un vero silenzio.

Guccini aveva già pubblicato numerosi romanzi e continuò a scrivere, da solo o insieme a Loriano Macchiavelli. Inventò storie gialle, recuperò parole dialettali, raccontò la montagna e le trasformazioni dell’Italia. In oltre mezzo secolo di attività pubblicò più di venti libri, confermando che la canzone era stata soltanto una delle forme possibili della sua vocazione narrativa.

Negli ultimi anni era tornato anche alla musica delle origini, reinterpretando canti popolari e brani da osteria. Nel 2022 pubblicò Canzoni da intorto e successivamente tornò a incidere Bella ciao, anche in una versione insieme a Tosca.

Perfino quando aveva smesso di scrivere nuove canzoni, continuava a cercare voci antiche da salvare.

Era ancora una volta il bambino di Pàvana che ascoltava le storie degli altri affinché non andassero perdute.

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Quello che resta di Francesco Guccini

Questa sera qualcuno rimetterà sul giradischi Radici. Qualcun altro ascolterà L’avvelenata a volume troppo alto, come faceva da ragazzo. In una macchina ferma lungo un’autostrada partirà Autogrill. In una piazza, prima o poi, un gruppo di persone tornerà a cantare La locomotiva.

E forse è lì che bisogna cercare ciò che rimane di Francesco Guccini.

Non soltanto nei premi, nei dischi o nei libri, ma nelle vite che le sue parole hanno accompagnato. Nei ragazzi che hanno scoperto la politica attraverso una canzone. Nei padri che hanno fatto ascoltare Il vecchio e il bambino ai figli. In chi ha trovato dentro Incontro il volto di una persona perduta. In chi ha usato Cyrano per sentirsi meno solo nella propria indignazione.

Guccini non ci ha mai promesso che il tempo sarebbe stato gentile.

Ci ha insegnato, però, che si può provare a trattenerne qualcosa: una voce, un nome, una strada, un’osteria, il profilo di una montagna, il ricordo di un’amica.

Le sue canzoni erano costruite contro l’oblio.

Oggi che Francesco Guccini non c’è più, resta la sua voce. Ruvida, esitante, profondamente umana. Una voce che non sembrava arrivare da un palco, ma dal tavolo accanto, alla fine di una lunga notte, quando qualcuno prende la chitarra e comincia a raccontare.

Fuori, intanto, il mondo continua a cambiare.

A Pàvana scende la sera.

E da qualche parte una locomotiva continua ancora a correre.

Susanna Staiano
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