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Prima dello storico Live at Pompeii, i Pink Floyd passarono dalla Solfatara di Pozzuoli. Un imprevisto tecnico portò la band nel cuore dei Campi Flegrei, regalando al film alcune delle sue immagini più suggestive.

C’è un’immagine dei Pink Floyd che sembra provenire da un altro pianeta. David Gilmour, Roger Waters, Richard Wright e Nick Mason camminano in mezzo a una distesa vulcanica, circondati dal vapore che emerge direttamente dalla terra. Nessun palco, nessun pubblico e, soprattutto, nessuna scenografia.

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Quel paesaggio esiste davvero e si trova a pochi chilometri da Napoli: è la Solfatara di Pozzuoli, nel cuore dei Campi Flegrei.

Le immagini fanno parte della storia di Pink Floyd: Live at Pompeii, il film diretto da Adrian Maben diventato uno dei documenti musicali più importanti della storia del rock. Eppure, quando si raccontano quei giorni dell’ottobre 1971, quasi tutta l’attenzione finisce inevitabilmente sull’anfiteatro di Pompei.

La storia comincia invece anche altrove.

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Prima di Pompei, i Pink Floyd finirono a Pozzuoli

Nell’ottobre del 1971 i Pink Floyd arrivarono in Campania per realizzare l’idea visionaria di Adrian Maben: filmare la band mentre suonava all’interno dell’antico anfiteatro di Pompei completamente vuoto.

Niente folla e niente concerto tradizionale. Maben voleva allontanarsi deliberatamente dall’immaginario dei grandi live rock dell’epoca e costruire qualcosa di differente: quattro musicisti circondati dalle rovine, con la musica come unica protagonista.

Il sito ufficiale dei Pink Floyd colloca l’inizio delle riprese nell’anfiteatro al 4 ottobre 1971: sarebbero proseguite per quattro giorni.

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Ma prima che Gilmour e compagni potessero iniziare realmente a suonare, la produzione si trovò davanti a un problema enorme.

Mancava l’elettricità necessaria.

I Pink Floyd avevano portato in Italia la propria strumentazione e l’attrezzatura necessaria per registrare le performance dal vivo. Una volta montato tutto, però, la troupe scoprì che l’anfiteatro non disponeva dell’alimentazione sufficiente per far funzionare il sistema.

Ed è proprio questo inconveniente a portarci nei Campi Flegrei.

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Un problema elettrico diventato una delle scene più belle del film

Mentre a Pompei si cercava una soluzione, Adrian Maben doveva guadagnare tempo.

Il regista raccontò anni dopo che, per tenere impegnati i Pink Floyd mentre veniva risolto il problema dell’elettricità, la produzione decise di portarli alla Solfatara di Pozzuoli per girare alcune sequenze.

Così una necessità pratica si trasformò in cinema.

La band venne ripresa mentre attraversava il paesaggio vulcanico flegreo, tra fumarole, rocce e vapori. Non servivano effetti speciali: era la Solfatara stessa a fornire l’estetica.

E guardando quelle immagini oggi è difficile immaginare un luogo più adatto ai Pink Floyd dei primi anni Settanta.

C’è qualcosa di profondamente floydiano nei Campi Flegrei: un paesaggio sospeso, apparentemente immobile ma vivo sotto la superficie. Le fumarole che emergono dalla terra, il terreno spoglio e il vapore trasformano Pozzuoli in uno scenario quasi fantascientifico.

Il paradosso è che quella sequenza non era il centro originario del progetto. Nacque anche dalla necessità di occupare la band mentre a Pompei si cercava disperatamente corrente.

E c’era anche una processione

Come se il problema dell’elettricità non fosse sufficiente, anche la trasferta a Pozzuoli ebbe il suo imprevisto.

Maben ricordò che la troupe si ritrovò nel mezzo di una processione religiosa. Una testimonianza raccolta successivamente da Rolling Stone Italia colloca le riprese alla Solfatara domenica 3 ottobre 1971, giornata della Supplica alla Madonna: la band sarebbe rimasta bloccata per ore nel traffico senza capire cosa stesse accadendo.

È uno di quei dettagli che rendono la storia ancora più surreale.

I Pink Floyd, alla vigilia di uno dei film musicali destinati a entrare nell’immaginario collettivo del rock, fermi nel traffico campano mentre cercano di raggiungere un vulcano per girare alcune scene perché nell’anfiteatro di Pompei non c’è abbastanza corrente.

Difficile scriverla meglio.

Poi arrivò Echoes

Il problema elettrico venne infine risolto grazie a un lunghissimo collegamento che permise di alimentare l’attrezzatura della band. Secondo il racconto dello stesso Maben, la corrente venne ottenuta attraverso una vicina cabina Enel.

A quel punto iniziarono le riprese destinate a diventare leggendarie.

Tra il 4 e il 7 ottobre 1971 i Pink Floyd suonarono nell’anfiteatro vuoto di Pompei. Tra le performance registrate in quei giorni figurano Echoes, One of These Days e A Saucerful of Secrets.

La scelta di eliminare il pubblico cambiava completamente il significato del concerto.

Non c’erano applausi, urla o migliaia di persone davanti al palco. C’erano le rovine, il vento, gli strumenti e quattro musicisti ancora lontani dall’essere le superstar planetarie che sarebbero diventati poco dopo.

Meddle, l’album contenente Echoes e One of These Days, sarebbe uscito nel Regno Unito il 5 novembre 1971, meno di un mese dopo le riprese. The Dark Side of the Moon non esisteva ancora: alla fine di novembre la band avrebbe iniziato a lavorare su nuove idee per un progetto provvisoriamente chiamato Eclipse.

In altre parole, le immagini campane catturano i Pink Floyd esattamente sulla soglia della loro trasformazione.

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I Campi Flegrei entrarono così nella storia dei Pink Floyd

Live at Pompeii uscì nel 1972, ma il film che conosciamo non fu completato interamente in Italia. Nel dicembre 1971 i Pink Floyd effettuarono ulteriori registrazioni e riprese a Parigi, mentre versioni successive avrebbero incorporato anche materiale girato ad Abbey Road durante la lavorazione di The Dark Side of the Moon.

Pompei rimase però il cuore simbolico dell’opera.

E Pozzuoli contribuì a costruirne l’immaginario.

Le immagini della Solfatara funzionano perché sembrano mettere i Pink Floyd all’interno dello stesso universo evocato dalla loro musica. Non illustrano semplicemente una canzone: amplificano quella sensazione di spazio, mistero e straniamento che caratterizzava la band in quel periodo.

Forse è anche per questo che, più di cinquant’anni dopo, Live at Pompeii continua a sembrare diverso da quasi qualsiasi altro film-concerto.

Non solo Live at Pompeii

La storia viene generalmente ricordata attraverso un nome: Pompei. Ed è comprensibile. L’immagine di Gilmour che suona nell’anfiteatro deserto mentre Echoes si espande tra le rovine è diventata parte dell’iconografia stessa dei Pink Floyd.

Ma restringere tutto a Pompei significa perdere un pezzo affascinante del racconto.

Prima che le note risuonassero nell’anfiteatro, quattro musicisti inglesi attraversarono le fumarole della Solfatara. Ci arrivarono quasi per caso, spinti da un problema tecnico che rischiava di compromettere le riprese.

Da una parte, quindi, una città romana cristallizzata dall’eruzione del Vesuvio. Dall’altra, una terra vulcanica ancora viva, che respirava sotto i piedi della band.

Due luoghi campani legati dal fuoco e dal tempo diventarono lo scenario di uno dei momenti più visionari della storia dei Pink Floyd.

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Susanna Staiano
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Quando i Pink Floyd girarono tra le fumarole dei Campi Flegrei
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