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Stevie Wonder aveva 26 anni quando pubblicò Songs in the Key of Life. Ventisei. Un’età che oggi sembra quasi incompatibile con le dimensioni di quel disco, soprattutto se si considera tutto quello che aveva già fatto prima di arrivarci. Nel settembre del 1976 Wonder non era un giovane talento in cerca del proprio suono: era già uno degli artisti più importanti della musica americana, reduce da una sequenza di album che aveva cambiato il soul, il funk e persino il modo di intendere lo studio di registrazione. E adesso, esattamente cinquant’anni dopo, scopriamo che durante quelle sessioni aveva registrato ancora di più.

Per celebrare il cinquantesimo anniversario di Songs in the Key of Life, Wonder ha aperto i suoi archivi e pubblicato quattro registrazioni provenienti dalle sessioni originali: It’s Easier, My Life Story of Love, I Can See the Sun in Late December e I’m Into Livin’. I brani sono stati scelti dallo stesso Wonder e mixati per la pubblicazione da John Fischbach e Gary O Adante, già coinvolti nelle registrazioni originali. Non semplici curiosità da deluxe edition, quindi, ma quattro pezzi che permettono di tornare dentro uno dei periodi creativi più straordinari della musica del Novecento

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Prima del capolavoro c’era un bambino prodigio

La storia di Stevie Wonder, in realtà, comincia molto prima. Stevland Hardaway Morris nasce nel 1950 e arriva alla Motown quando è ancora un bambino. Berry Gordy vede immediatamente qualcosa in lui e nel 1962 viene presentato al pubblico come Little Stevie Wonder. L’anno successivo Fingertips – Pt. 2 arriva al numero uno negli Stati Uniti: Wonder ha appena 13 anni.

Potrebbe essere l’inizio e la fine della classica storia del bambino prodigio. Un talento precocissimo, un successo enorme e poi la difficoltà di sopravvivere artisticamente alla propria adolescenza. Con Wonder succede esattamente il contrario.

Durante gli anni Sessanta continua a pubblicare musica e a ottenere successi come Uptight (Everything’s Alright), I Was Made to Love Her, For Once in My Life e My Cherie Amour. Ma per capire davvero quello che succede dopo bisogna ricordare cosa significasse lavorare per la Motown in quel periodo. Era una macchina formidabile per produrre hit, ma il controllo dell’etichetta sugli artisti era enorme: autori, produttori e musicisti lavoravano all’interno di un sistema fortemente strutturato.

Wonder voleva qualcosa di diverso. Voleva controllare la propria musica.

Ed è questa trasformazione, più ancora del successo da adolescente, che rende la sua storia eccezionale.

Stevie Wonder smette di essere soltanto una star della Motown

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Il passaggio decisivo arriva all’inizio degli anni Settanta. Wonder raggiunge la maggiore età, rinegozia il rapporto con la Motown e conquista un’autonomia creativa molto più ampia. Comincia a produrre, arrangiare e costruire i propri album con una libertà che gli permette di utilizzare lo studio come parte stessa della composizione.

Where I’m Coming From del 1971 anticipa il cambiamento, ma è con Music of My Mind nel 1972 che nasce davvero lo Stevie Wonder che conosciamo oggi. I sintetizzatori non vengono più utilizzati come decorazione futuristica: diventano una parte fondamentale del suo linguaggio. Wonder lavora con Malcolm Cecil e Robert Margouleff e con il sistema TONTO, costruendo paesaggi sonori nei quali elettronica, funk, soul e songwriting sembrano improvvisamente appartenere alla stessa lingua.

Nello stesso 1972 arriva Talking Book. Dentro ci sono You Are the Sunshine of My Life e soprattutto Superstition, con uno dei riff più riconoscibili della storia della musica popolare. Wonder non è più semplicemente uno dei grandi cantanti della Motown. È autore, produttore, polistrumentista e sperimentatore.

E ha appena cominciato.

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Cinque anni praticamente impossibili

Tra il 1972 e il 1976 Stevie Wonder pubblica Music of My Mind, Talking Book, Innervisions, Fulfillingness’ First Finale e Songs in the Key of Life. Vista oggi, quella sequenza sembra quasi irreale.

Innervisions, nel 1973, porta ancora più avanti la trasformazione. Wonder parla di razzismo, dipendenze, povertà, politica e vita urbana senza sacrificare nulla della forza melodica delle canzoni. Living for the City è contemporaneamente racconto sociale e costruzione musicale sofisticatissima; Higher Ground mette insieme spiritualità e uno dei groove più potenti della sua carriera.

Nel 1974 arriva Fulfillingness’ First Finale. Il disco contiene You Haven’t Done Nothin’, attacco politico rivolto all’amministrazione Nixon, accanto a brani profondamente personali come They Won’t Go When I Go. Per Innervisions e Fulfillingness’ First Finale, Wonder vince consecutivamente il Grammy per Album of the Year. Poi, dopo un anno senza un suo nuovo album in gara, torna e lo vince nuovamente con Songs in the Key of Life. Tre vittorie nell’arco di quattro cerimonie.

È in questo contesto che bisogna ascoltare i quattro inediti usciti oggi. Non sono semplicemente canzoni dimenticate nel caveau di un artista famoso. Provengono dal momento in cui Stevie Wonder sembrava incapace di esaurire le idee.

Poi arriva Songs in the Key of Life

Quando esce il 28 settembre 1976, il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Non Songs About Love, non un disco costruito intorno a un singolo concetto: Songs in the Key of Life. Canzoni nella tonalità della vita.

E dentro, infatti, sembra esserci praticamente tutto.

Ci sono l’amore e la nascita di una figlia, la nostalgia dell’infanzia, il razzismo, la disuguaglianza sociale, la spiritualità, la memoria della musica nera americana, il desiderio e la celebrazione pura del suonare. Sir Duke rende omaggio a Duke Ellington e alla capacità universale della musica di comunicare. I Wish guarda all’infanzia. Isn’t She Lovely nasce dalla gioia per la nascita della figlia Aisha. Pastime Paradise costruisce una riflessione sociale su un arrangiamento che, vent’anni dopo, diventerà la base di Gangsta’s Paradise di Coolio. As trasforma una canzone d’amore in qualcosa di quasi cosmico.

Il progetto è già enorme: doppio LP più l’EP aggiuntivo A Something’s Extra. Wonder non stava cercando di realizzare un disco facile o compatto. Stava cercando di mettere una vita intera dentro un album.

Ed evidentemente non tutto riuscì a entrarci.

Le quattro canzoni che rimasero fuori

It’s Easier, My Life Story of Love, I Can See the Sun in Late December e I’m Into Livin’ appartengono proprio a quelle sessioni. Wonder ha spiegato che rappresentano ciò che stava vivendo, sentendo e scoprendo mentre lavorava al progetto. Cinquant’anni dopo ha deciso che era arrivato il momento di farle uscire dall’archivio.

La tentazione, naturalmente, è chiedersi perché siano state escluse. Erano considerate meno belle? Non erano finite? Non funzionavano nella sequenza?

Non lo sappiamo. Wonder non ha fornito una spiegazione dettagliata per ciascun brano e sarebbe facile costruire retrospettivamente una risposta che non esiste. Ma c’è un’altra possibilità, molto più interessante: forse essere esclusi da Songs in the Key of Life non significava necessariamente non essere abbastanza bravi.

Un album non è una classifica delle migliori canzoni che un artista possiede. È una forma. Ha bisogno di ritmo, contrasti, ripetizioni, pause e limiti. E nel 1976 Stevie Wonder aveva già portato quei limiti quasi al punto di rottura.

Il fatto che cinquant’anni dopo si possano recuperare altre quattro registrazioni compiute dice quindi qualcosa sulla quantità di materiale prodotto, ma soprattutto sulla fertilità creativa di quelle sessioni.

Dopo il 1976, essere Stevie Wonder diventa più difficile

C’è anche un paradosso nella carriera di Wonder: raggiungere un picco come Songs in the Key of Life significa inevitabilmente dover vivere sotto la sua ombra.

Nel 1979 pubblica Stevie Wonder’s Journey Through “The Secret Life of Plants”, progetto sperimentale legato al documentario omonimo e accolto in maniera molto più divisiva. Nel 1980 Hotter than July riporta Wonder verso una forma più immediata e contiene Master Blaster (Jammin’), All I Do e Happy Birthday. Quest’ultima diventa qualcosa di molto più importante di un successo pop: Wonder la utilizza nella campagna per ottenere negli Stati Uniti una festività nazionale dedicata a Martin Luther King Jr., istituita per legge nel 1983.

Negli anni Ottanta arriva anche la fase più apertamente pop della sua carriera. I Just Called to Say I Love You, pubblicata nel 1984 per il film The Woman in Red, diventa uno dei suoi più grandi successi internazionali e vince l’Oscar per la miglior canzone originale. Seguono collaborazioni, colonne sonore e altri album, mentre Wonder passa progressivamente dall’essere l’artista che sembra reinventarsi a ogni uscita a diventare una figura centrale della cultura musicale americana.

La frequenza delle pubblicazioni diminuisce. Dopo Characters del 1987 arrivano Conversation Peace nel 1995 e A Time to Love nel 2005. Ma nel frattempo le sue canzoni continuano a vivere ovunque: nei sample hip-hop, nell’R&B, nel neo-soul, nel pop, nel jazz e nelle generazioni di musicisti che hanno imparato da lui come armonia sofisticata e immediatezza pop possano convivere nella stessa canzone.

Non è nostalgia: è la misura di quanto materiale esistesse

Ed è qui che il ritorno negli archivi nel 2026 assume un significato diverso dalla solita ristampa celebrativa.

Wonder avrebbe potuto limitarsi a rimasterizzare Songs in the Key of Life, aggiungere fotografie, note di copertina e qualche demo. Invece ha scelto quattro registrazioni complete provenienti da quelle sessioni e le ha fatte lavorare nuovamente dagli ingegneri John Fischbach e Gary O Adante, entrambi coinvolti nel progetto originale.

È quasi come aprire una porta laterale di un edificio che pensavamo di conoscere perfettamente.

Non cambia ciò che Songs in the Key of Life è stato per cinquant’anni. Non serve nemmeno a completarlo: il disco non aveva bisogno di essere completato.

Serve piuttosto a farci capire cosa stava succedendo intorno a quel disco.

Stevie Wonder aveva 26 anni. Aveva già attraversato l’esperienza del bambino prodigio, era sopravvissuto alla trasformazione in artista adulto, aveva conquistato il controllo creativo sulla propria musica e, nel giro di pochi anni, aveva pubblicato una serie di album che sarebbero diventati punti di riferimento per generazioni intere.

Poi aveva registrato Songs in the Key of Life.

E aveva ancora canzoni da lasciare fuori.

Forse è proprio questo il dettaglio che, cinquant’anni dopo, racconta meglio di qualsiasi celebrazione quanto fosse fuori scala Stevie Wonder in quel momento. Non che riuscì a scrivere un capolavoro così grande.

È che persino quel capolavoro non era abbastanza grande da contenere tutto quello che aveva scritto.

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Susanna Staiano
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