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I Talking Heads sono di nuovo tutti nella stessa stanza. David Byrne, Tina Weymouth, Chris Frantz e Jerry Harrison si sono seduti uno accanto all’altro davanti a un pubblico a New York, hanno parlato della loro musica, ricordato il passato e scherzato insieme. Mancava soltanto una cosa: gli strumenti.

Il 28 settembre i quattro membri della formazione originale si sono riuniti negli studi newyorkesi di SiriusXM per un Q&A condotto da Este Haim, bassista e cantante delle Haim. La conversazione viene trasmessa il 1° ottobre in occasione del debutto di Talking Heads Radio, canale temporaneo interamente dedicato alla band.

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Ed è difficile non notare il paradosso. Perché negli ultimi anni i Talking Heads hanno dimostrato più volte di poter tornare insieme. Possono concedere interviste, partecipare alle proiezioni di Stop Making Sense, raccontare aneddoti e celebrare ciò che hanno costruito. Quello che continuano a non fare è probabilmente l’unica cosa che milioni di persone vorrebbero davvero vederli fare: salire su un palco e suonare.

Una reunion che continua a fermarsi un passo prima del palco

Talking Heads Radio celebra oltre cinquant’anni di musica della band e sarà disponibile per buona parte di ottobre. Oltre al catalogo del gruppo, la programmazione comprende racconti dei quattro musicisti, deep cut e DJ set affidati ad artisti come Adam Clayton degli U2, Nate Mendel dei Foo Fighters, Trey Anastasio dei Phish, Tunde Adebimpe dei TV on the Radio e The Linda Lindas.

Ma l’elemento inevitabilmente più interessante è la presenza contemporanea di Byrne, Weymouth, Frantz e Harrison.

Fino a pochi anni fa, persino una fotografia dei quattro insieme sembrava improbabile.

I Talking Heads si sciolsero nel 1991 dopo una separazione tutt’altro che semplice. Negli anni successivi sono emersi più volte racconti di tensioni interne, incomprensioni e divergenze, soprattutto intorno al ruolo assunto da Byrne all’interno del gruppo e alle modalità con cui arrivò la fine della band.

Nel 2002 accadde qualcosa che sembrava eccezionale: i quattro tornarono insieme per l’ingresso nella Rock & Roll Hall of Fame e, soprattutto, suonarono.

Da allora non è più successo.

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Poi è arrivato Stop Making Sense

Per capire perché oggi vedere i quattro Talking Heads insieme non sembri più impossibile bisogna tornare al 2023.

In occasione del restauro in 4K di Stop Making Sense, il leggendario film-concerto diretto da Jonathan Demme, Byrne, Weymouth, Frantz e Harrison apparvero insieme al Toronto International Film Festival per un Q&A moderato da Spike Lee.

Era la prima grande apparizione pubblica congiunta dopo oltre vent’anni.

E soprattutto accadde qualcosa forse ancora più importante: non sembravano quattro persone costrette a stare nella stessa stanza.

Ridevano, ricordavano il passato e parlavano apertamente di ciò che avevano costruito. In un’intervista realizzata in quel periodo, Byrne spiegò che davanti al ritorno del film le vecchie differenze erano state messe da parte perché tutti e quattro credevano ancora profondamente in quel lavoro.

Da quel momento il rapporto tra i Talking Heads sembra essere entrato in una fase nuova.

Non abbastanza nuova, però, da diventare nuovamente una band.

David Byrne ha già spiegato perché

La risposta più interessante alla domanda “perché non tornano?” probabilmente non riguarda più una semplice faida.

Per anni è stato facile spiegare l’assenza di una reunion attraverso le tensioni tra i membri. Oggi quella spiegazione appare almeno incompleta.

Byrne ha riconosciuto che gli incontri legati a Stop Making Sense hanno reso i quattro più a proprio agio gli uni con gli altri. Ma ha anche chiarito che questo non gli ha fatto venire voglia di tornare in tour o registrare un nuovo album.

Il punto, per Byrne, è quasi filosofico.

Non crede davvero che sia possibile ricreare ciò che una band era quarant’anni prima.

Ed è qui che la storia dei Talking Heads diventa molto più interessante della classica storia di quattro musicisti che non riescono ad andare d’accordo.

Forse oggi riescono ad andare d’accordo proprio perché non devono più essere i Talking Heads.

Essere amici è diverso dall’essere una band

Una reunion musicale non significa semplicemente mettere quattro persone su un palco.

Significa tornare nelle prove. Decidere gli arrangiamenti. Stabilire una scaletta. Affrontare mesi di preparazione. Organizzare un tour. Tornare dentro quelle dinamiche creative e personali che, nel caso dei Talking Heads, hanno prodotto alcuni dei dischi più importanti della loro generazione ma hanno anche contribuito alla dissoluzione del gruppo.

Sedersi insieme per parlare di Psycho Killer, Once in a Lifetime o This Must Be the Place è qualcosa di completamente diverso.

Ed è possibile che sia proprio questa distanza ad aver reso possibile la riconciliazione pubblica degli ultimi anni.

Non devono decidere chi guida la band.

Non devono scrivere un nuovo disco.

Non devono dimostrare di essere ancora quelli del 1983.

Possono semplicemente riconoscere ciò che sono stati.

E forse Stop Making Sense rende tutto ancora più difficile

C’è poi un problema particolare per i Talking Heads: hanno lasciato dietro di sé una delle testimonianze live più potenti della storia del rock.

Stop Making Sense non documenta semplicemente un concerto.

Mostra una band nel momento esatto in cui sembra funzionare come un organismo perfetto.

Il film comincia con Byrne solo sul palco, una chitarra e un registratore. Poi, canzone dopo canzone, lo spazio si riempie: Tina Weymouth, Chris Frantz, Jerry Harrison e infine la formazione allargata trasformano progressivamente uno spazio vuoto in una macchina ritmica gigantesca.

È difficile immaginare una reunion senza confrontarla con quelle immagini.

E forse Byrne lo sa meglio di chiunque altro.

Quando un pubblico chiede il ritorno dei Talking Heads, probabilmente non sta chiedendo semplicemente di vedere quattro musicisti settantenni eseguire le vecchie canzoni.

Sta chiedendo, inconsapevolmente, di rivedere quella band.

Quella di Stop Making Sense.

E quella band appartiene al 1983.

Nell’epoca delle grandi reunion, i Talking Heads continuano a dire no

La questione diventa ancora più curiosa osservando ciò che sta succedendo intorno a loro.

Negli ultimi anni l’industria musicale ha trasformato le reunion delle grandi band in alcuni degli eventi live più desiderati e redditizi in circolazione. Gruppi considerati definitivamente consegnati alla storia hanno scoperto che esiste ancora un pubblico enorme disposto a viaggiare, spendere e aspettare anni pur di assistere a un ritorno.

Per i Talking Heads l’interesse non sarebbe certo un problema.

Anzi, ogni nuova apparizione dei quattro insieme inevitabilmente riaccende le stesse speculazioni.

Eppure loro continuano a fermarsi esattamente prima del punto che trasformerebbe una celebrazione in una reunion vera e propria.

Forse questa è la loro reunion

C’è allora un’altra possibilità.

Forse continuiamo a immaginare una reunion soltanto nel modo tradizionale: annuncio, tour mondiale, festival, greatest hits e inevitabile corsa ai biglietti.

Ma i Talking Heads sembrano aver trovato un’altra formula.

Possono stare insieme senza fingere che siano passati soltanto cinque anni. Possono raccontare quella musica senza tentare di replicarla. Possono persino riconoscere il legame che ancora esiste tra loro senza trasformarlo nuovamente in un lavoro.

Ed è una posizione sorprendentemente coerente per una band che, nel momento di massimo splendore, ha passato buona parte del proprio tempo cercando di capire come evitare le convenzioni del rock.

Il Q&A con Este Haim aggiunge quindi un altro piccolo capitolo a una reunion stranissima che ormai dura da qualche anno.

I Talking Heads sono tornati.

Sono nelle sale cinematografiche. Nelle interviste. Negli studi radiofonici. Seduti allo stesso tavolo.

Semplicemente, non sullo stesso palco.

Ulteriori Informazioni:

Susanna Staiano
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Perché i Talking Heads riescono a riunirsi per tutto tranne che per suonare?
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