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Per decenni milioni di persone hanno ballato sulle sue canzoni senza sapere che, a un certo punto della sua vita, Little Richard arrivò a condannare proprio quella musica che lo aveva reso una leggenda. Il 22 luglio 1979 il musicista americano, considerato uno dei padri fondatori del rock’n’roll, definì pubblicamente il rock “la musica del diavolo”, lasciando increduli fan e colleghi. Una dichiarazione sorprendente, soprattutto se pronunciata dall’artista che, con Tutti Frutti, Long Tall Sally e Good Golly Miss Molly, aveva rivoluzionato il linguaggio della musica popolare e ispirato Elvis Presley, i Beatles, David Bowie, Prince e intere generazioni di musicisti. Ma cosa spinse davvero l’uomo che aveva acceso la scintilla del rock a rinnegarlo? La risposta è molto più complessa di quanto si possa immaginare e racconta una delle vicende più affascinanti e contraddittorie della storia della musica. 

Quando il rock cambiò 

Prima di Little Richard, il rock’n’roll non esisteva ancora nella forma che oggi conosciamo.

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C’erano il rhythm and blues, il gospel, il boogie-woogie e il country, generi che viaggiavano spesso su binari paralleli. Richard Wayne Penniman, nato a Macon, in Georgia, riuscì a fare qualcosa che sembrava impossibile: fondere tutte queste influenze in una musica esplosiva, istintiva e irresistibile.

Nel 1955 arrivò Tutti Frutti, un brano che ancora oggi viene considerato una delle pietre miliari della musica moderna. Bastano pochi secondi per riconoscerlo: l’urlo iniziale, il pianoforte martellante e un’energia che nessuno aveva mai sentito prima.

Da quel momento nulla sarebbe stato più lo stesso.

Nel giro di pochi anni seguirono classici come Long Tall Sally, Lucille, Rip It Up, Jenny, Jenny e Good Golly Miss Molly, canzoni che contribuirono a definire il DNA del rock.

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L’artista che ispirò tutti

È difficile trovare un musicista del Novecento che non abbia riconosciuto il debito nei confronti di Little Richard.

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Paul McCartney ha raccontato più volte di aver imparato a usare la propria voce cercando di imitare il suo modo di cantare.

John Lennon lo considerava uno dei più grandi interpreti mai esistiti.

Mick Jagger ha spesso citato la sua presenza scenica come fonte d’ispirazione.

Prince ne riprese l’esuberanza, David Bowie il coraggio di rompere gli schemi, mentre Freddie Mercury trasformò quella teatralità in uno degli elementi distintivi dei Queen.

Perfino Elvis Presley, destinato a diventare il simbolo del rock per milioni di persone, riconobbe il valore di Little Richard. Molti storici della musica sostengono infatti che senza il suo contributo il rock avrebbe seguito una strada completamente diversa.

Una rivoluzione anche nell’immagine

Se la musica era rivoluzionaria, il suo aspetto lo era ancora di più.

Negli anni Cinquanta Little Richard saliva sul palco con capelli cotonati, trucco evidente, abiti sgargianti, gioielli, mantelli scintillanti e una sicurezza che sfidava qualsiasi convenzione sociale.

In un’America ancora segnata dalla segregazione razziale, vedere un artista afroamericano presentarsi con quell’estetica significava abbattere ogni barriera.

Era provocatorio senza cercare deliberatamente lo scandalo.

Era semplicemente sé stesso.

Molto prima dell’arrivo del glam rock, di David Bowie o di Prince, Little Richard aveva già dimostrato che una rockstar poteva essere libera di costruire la propria immagine senza chiedere il permesso a nessuno.

La svolta che nessuno si aspettava

Proprio quando la sua carriera sembrava inarrestabile, accadde qualcosa di inaspettato.

Nel 1957, durante un tour in Australia, Little Richard raccontò di aver vissuto un’esperienza spirituale che interpretò come un messaggio divino.

Decise così di interrompere improvvisamente la propria carriera.

Lasciò i concerti, abbandonò il rock e si dedicò agli studi religiosi, diventando predicatore.

Per molti sembrò una scelta incomprensibile.

Come poteva uno degli artisti più famosi del pianeta rinunciare al successo nel momento migliore della propria carriera?

La risposta stava nel profondo conflitto che Richard viveva tra la fede e il mondo dello spettacolo.

“Il rock è la musica del diavolo”

Quel conflitto riemerse più volte negli anni successivi.

Little Richard tornò infatti a incidere dischi e a esibirsi dal vivo, salvo poi allontanarsi nuovamente dalla musica ogni volta che sentiva prevalere il richiamo della religione.

Il momento più emblematico arrivò il 22 luglio 1979.

Durante una predicazione dichiarò apertamente che il rock and roll era “la musica del diavolo”, sostenendo che quel mondo rappresentasse una tentazione incompatibile con la sua fede.

Le sue parole fecero rapidamente il giro degli Stati Uniti.

Molti pensarono fosse una provocazione.

Altri credettero che volesse semplicemente attirare l’attenzione.

In realtà, conoscendo la sua storia personale, appare evidente che quelle dichiarazioni riflettevano un tormento autentico, che lo accompagnò per gran parte della sua vita.

Un uomo pieno di contraddizioni

Forse è proprio questo l’aspetto più affascinante di Little Richard.

Fu capace di cambiare la musica mondiale, ma non smise mai di interrogarsi sulle conseguenze della propria fama.

Predicava nelle chiese e poi tornava sui palchi.

Condannava il rock e, qualche anno dopo, ricominciava a suonarlo.

Era profondamente religioso, ma anche uno degli artisti più trasgressivi della sua epoca.

Nel corso degli anni rilasciò dichiarazioni spesso controverse sulla religione, sulla sessualità e sul proprio percorso personale, contribuendo a rendere ancora più complessa la sua figura pubblica.

Dietro il personaggio esplosivo si nascondeva infatti un uomo alla continua ricerca di un equilibrio che probabilmente non trovò mai del tutto.

Il paradosso che rende unica la storia di Little Richard

Le parole pronunciate da Little Richard il 22 luglio 1979 non cambiarono il destino del rock. Quel genere continuò a evolversi, a conquistare nuove generazioni e a influenzare artisti in ogni angolo del mondo.

Cambiarono, però, il modo in cui veniva guardato uno dei suoi principali artefici. Dietro il pianoforte incendiario, gli abiti sgargianti e l’energia che aveva rivoluzionato la musica degli anni Cinquanta c’era un uomo che non smise mai di interrogarsi sul significato di ciò che aveva creato, combattuto per tutta la vita tra la fede e il successo, tra il palco e il pulpito.

È proprio questa tensione irrisolta, più che i milioni di dischi venduti o l’influenza esercitata su Elvis Presley, Beatles, David Bowie e Prince, a rendere ancora oggi la sua storia così affascinante.

Perché Little Richard non è stato soltanto uno dei padri del rock’n’roll. È stato l’unico capace di accendere una rivoluzione musicale e, allo stesso tempo, trascorrere il resto della propria vita cercando di capire se quella rivoluzione fosse stata davvero la sua più grande benedizione o la sua più grande tentazione.

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Susanna Staiano
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